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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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13 giugno 2010

Che cosa è poesia?

 

“…………………………………..
…………………………..
……………………………………
………………..
……………………………………………”
 
                                                          …….   …..
 
Non ti meravigliare se di questa lirica è rimasto soltanto un albero spoglio, consonanti e vocali, aggettivi e sostantivi, verbi e avverbi sono stati soffiati via dal vento critico di un’analisi filosofica senza pretese e priva di scopo.
Se si trattasse di pittura ti direi che non voglio parlare dell’eterno contrasto tra forma e colore, tra misura classica e irruenza romantica, ti direi invece che non del quadro voglio parlarti…ma della cornice.
Ti parlerò, così, non del contenuto ma del contenitore.
Che cosa è poesia? Proviamo a dire ciò che poesia non è; non è arte se per arte assumiamo come vera (e perché no?) la definizione che ne fa Aristotele, arte è produrre cose massimamente adatte al loro scopo, un calzolaio che produca scarpe adattissime alla deambulazione è un artista. Non è verità, Platone e Aristotele su questo sono categorici, la verità è affermare ciò che è e negare ciò che non è, ed  tale se è condivisa da tutti o almeno da una maggioranza ed è noto che gli estimatori di un poeta sono , di solito, meno dei noti cinque lettori ai quali si rivolgeva il Manzoni. Non è letteratura, perché la letteratura è soprattutto mìmesis, imitazione della realtà e discende dalla retorica sofista diventando via via, cronaca, annales, biografia, vitae, specie sotto Marco Aurelio, poi disinvolto racconto, novella, critica sociale, introspezione, evasione. La poesia non imita, crea, non supporta il reale ma dà forma al nulla, sollecita non suggerisce, ipotizza non teorizza. Ci vorrebbe appassionati quando ancora non lo siamo, interessati quando siamo distratti, partecipi quando siamo elusivi, riflessivi quando siamo vittime dell’impazienza, se infine riusciamo ad essere tutto ciò la poesia non ha più nulla da dirci; noi siamo la poesia stessa, il nostro pensare e il nostro agire è diventato poesia. 
Se l’attività umana di far passare le cose dall’essere al non essere è per Platone anthropìne tèchne (tecnica umana) essa non riguarda la poesia, forse il poetare si avvicina di più all’attività di far passare la natura dal non essere all’essere, e questo far passare, dice Platone è théia téchne (tecnica divina). Ma se traduciamo poìesis, come fa Platone nel Convivio, in azione, produzione e lo uniamo al termine poesia, allora la poìesis è si ciò che fa passare le cose dal non essere all’essere, ma tutte le azioni, ergasìai, sono produzioni, e sono produzioni anche tutte le téchnai messe in opera dai demiourgòi, dai facitori, quindi se tutto è poesia, niente è poesia. Ma la poesia esiste. Hugo von Hofmannsthal definisce il poeta come un uomo che insegue i propri sogni, sensazioni soggettive, quindi stati d’animo incondivisibili, nulla ha da dire, nulla ha da trasmettere. Eppure Freud e Jung e tutta la psicoanalisi ci hanno insegnato che il sogno ha la caratteristica di parlarci in una lingua comune a tutta l’umanità, allora la poesia diventa il linguaggio della psicanalisi, non è quello che dice di essere, è altro da sé, torniamo a constatare che essa non esiste perchè non possiamo definirla, se non esiste è , allora, solo apparenza, convenzione, simbolo, simulacro, una pizia delusa e deludente nella quale nessuno più crede. Se l’uomo fosse solo ragione tutto ciò sarebbe vero, ma l’uomo è soprattutto passione ed è per questo che la poesia esiste.
La poesia si sottrae ad ogni definizione, limitazione, perché essa , fondamentalmente, dice l’indicibile, definisce l’indefinibile, dà oggettività al soggettivo, non ha bisogno di essere pubblicata, letta, condivisa, può essere riconosciuta e apprezzata, come ignorata e negletta, ma sarà sempre poesia e cioè il tentativo inesaurito e inesauribile di dare, con le parole ed i suoni che nascono dai loro accostamenti, una cornice, un confine, di circoscrivere, insomma, quel cono d’ombra che chiamiamo vita.   
                                                                                                       
 Lettera a un amico, venerdì 8 gennaio 1999 di P. Welby
 
 


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permalink | inviato da Mina vagante il 13/6/2010 alle 8:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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