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   (PIERGIORGIO WELBY)

Io amo la vita: la storia di Piero e Mina Welby - trailer

 

      

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Il grande fratello 
dei falchi pellegrini e non solo


 

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L'onore dipende spesso
dall'ora che segna l'orologio.
Guillaume Apollinaire
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Calibano: la terra, il fango,
le viscere, la passione cieca,
l'incognito, il caos, la paura,
il talento primordiale, virile,
erotico che spesso vibra di febbre
e non ha bisogno di luce né di parola.
La carne, l'anima, lo spirito insieme
in un ultimo viaggio; prima della
separazione, della libertà di scegliere
un nuovo luogo, un nuovo corpo da
,o dove addormentarsi, come
dice Ariel, sotto un fiore



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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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26 agosto 2015

OCEAN TERMINAL


Giorgio, il capo reclinato sul poggiatesta della carrozzella

ortopedica, fissava, attraverso le palpebre socchiuse,

l’azzurro slavato e monotono che filtrava tra i rami

rugosi e contorti dei pini.

Cercava, come sua abitudine, di catalogare i cieli. Quello

di oggi gli richiamava alla memoria certi dipinti di

Cézanne, quelli con i pini in primo piano e le pennellate

di un cilestrino, ora tenue ora acceso, che si aprono

stentatamente la strada tra i mille aghi e i rami.

Aveva già potuto ammirare i cieli alla Magritte… quei

cieli tanto spaesanti da dare un lieve capogiro, distese

piatte con tante piccole nuvolette tutte uguali… schiere

di soldatini burrosi disposti per l’attacco. I cieli di Renoir,

morbide epifanie di corpi femminili, sensuali, carnosi,

cedevoli. Cieli roteanti come galassie impazzite,

sulfuree distese corrose da un sole malato che come un

cancro li divorava dolorosamente: erano i cieli di Van

Gogh, vittime, come lui, di un male incomprensibile. I

cieli di Aldo Riso, piatti e luminosi come maioliche…

quelli ariosi e vibranti, avvolgenti, i più bei cieli che

avesse mai visto, i cieli di Sisley.

Da Ocean terminal, incipit di

Piergiorgio Welby



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