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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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27 dicembre 2015

TANTI ANNI FA


Ciao Piero sono 9 anni il 20 dicembre !

IL MARE AL TELEFONO

Piergiorgio Welby in un’intervista a Marco Cappato

di Alessia Ghisi Migliari

"Nella notte che mi avvolge,

nera come la voragine infinita,

ringrazio qualsiasi divinità vi sia

per la mia anima invincibile.

Stretto nella morsa della circostanza

non ho battuto ciglio o pianto ad alta voce

sotto le mazzate del fato.

La mia testa sanguina ma non si piega

Oltre questo luogo di odio e di lacrime

incombe solo l'orrore dell’ombra,

eppure la minaccia futura

mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non mi importa quanto angusto è il passaggio

o quanto pesante la sentenza,

sono il padrone del mio destino:

Sono il capitano della mia anima”

(Invictus, William Ernest Henley, 1875)

Era alto, un ragazzo che si nota, che aveva preso dal padre sportivo.

Aveva senso dell’umorismo – e così fino alla fine.

Un vero esperto di cani – anche se la sua cultura stava altrove, un altrove vastissimo, fatto di letteratura e filosofia e arte: una di quelle persone, probabilmente rare, con cui puoi parlare di più o meno tutto, un tutto complesso, fatto di libri e ironia e tenacia.

E ha abitato luoghi che i più di noi non conoscono, anche loro profondi, crudeli e insieme coraggiosissimi – e dove evidentemente c’era sempre luce, perchè il suo pensiero era limpidissimo.

Si chiamava Piergiorgio Welby, e quindi non ha bisogno di presentazioni.

E’ stato (non in ordine):

un leader politico

una vittima sfruttata (da quando in qua l’intelligenza, quella intensa, la si può manipolare e strumentalizzare...)

un uomo che non si è arreso

un poveretto che forse non aveva abbastanza affetto

una mente ferocemente schietta

un caso sfortunatissimo che non sa stare al suo posto

un amante della vita

un’anima che non ha avuto nemmeno il diritto a un funerale.

Poi, tu che non lo hai mai conosciuto, cerchi.

E leggi di un giovane che – all’inizio dell’esistenza, circa quando costruisci progetti e sogni – scopre che c’è una malattia.

Non guarirà, andrà peggiorando, ti fermerà piano piano, malgrado tutta la forza con cui ti aggrapperai a qualunque spuntone di speranza.

Ma va avanti, e diventa una persona estremamente colta, con una propria lotta da portare avanti, con una donna che ha deciso che starà con lui e lui solo, malgrado tutto.

E vive – sempre più fermo fuori, con tutto quel grande movimento dentro.

E non lo fa per un giorno, o un mese.

Ma per decenni.

Decide che quando sarà il momento non vorrà restare attaccato a un ventilatore, ma nell’istante critico la moglie (sempre lì, accanto, a capire parole che gli altri nemmeno sentono) chiama aiuto.

E l’aiuto arriva – una macchina, e tu lì a letto.

Non per un giorno, o un mese.

Ma per anni.

Allora, a un certo punto, lui che scrive molto e bene, che ha il suo blog, idee mobilissime e mai banali, la famiglia, i suoi alleati, decide che non ce la fa più.

Che non c’è più dignità, che è doloroso, che basta.

Ma – ahimè – non può.

Insomma, qualcuno dice che un pò di cristiana sofferenza apre le porte di un magnifico aldilà, che non puoi levartela tu, la tua vita: che diritto ne hai?

Piuttosto si esprima nobile pietà (e la compassione?, quella mai?), magari si preghi con sguardo intenerito.

Tanto, poi, ci si può alzare, andare a casa, muoversi, respirare, vivere, andare, fare.

E si sono visti decine di interventi in televisione, di emeriti esperti spirituali e non, che muovendo concitati le loro mani (loro che potevano) e alzando la loro voce (loro che potevano) e sospirando tristemente (loro che potevano), spiegavano che c’era da capire certe richieste disperate, ma davvero c’era altro in cui sperare, cui puntare.

Chissà quante di questi saggi conoscono così tanta sofferenza, in loro o nei loro cari: stagione dopo stagione immobili, prigionieri di un corpo, in uno stato di costante pena e impotenza e voglia, una voglia che ti strema, di potere uscire e tornare a essere te.

Don Benzi ha parlato di carenze affettive, altrimenti Welby non avrebbe desiderato morire – così è come essersi dimenticato di una donnina minuscola ed enorme che ha amato Piergiorgio con una dedizione totale, una dedica all’altro che non ha mai avuto sosta.

Inoltre, naturalmente, c’è la storia che non bisogna essere così affezionati alla morte.

Piergiorgio, così denigrato e ferito, ha convissuto per gran parte del proprio tempo con un corpo che andava spegnendosi, però ha proseguito, inesorabile quasi quanto la sua malattia, più della malattia, con sempre maggiori limiti, ma perennemente impegnato a essere sè. E questo si potrebbe definire addirittura un amore devastante, per la vita. Devastante.

Al punto che, quando non la poteva più avere, ha deciso: meglio andarsene.

E non zitto zitto, come si riesce a fare, ma in un modo che potesse servire ad altri.

E non si tratta di egocentrismo o narcisismo, ma di una magistrale lezione, in un Paese che non spende in ricerca scientifica, in terapia del dolore, ma che non si perde una sillaba del Papa – siamo una Res Publica nell’Anno Domini 2007.

Puoi accettare che la Chiesa esprima e sostenga il proprio parere – ma non che lo si voglia far divenire legge, applicabile a chiunque.

Un vero cristiano non accetterà mai di agire come Piergiorgio – perfetto, sua scelta.

Ma un vero cristiano non pretenderebbe mai di decidere per Piergiorgio.

Libero arbitrio – il diritto di essere ateo o altro, di sancire che l’esistenza è mia, e quindi me ne faccio tutore e responsabile e amministratore e protettore.

Come fosse un crimine, come se ciò significasse non essere individuo degno, e di cuore e di etica.

E allora , quando Welby segue la sua strada, ecco che si decide: niente funerali religiosi.

Li si consente agli assassini, agli stupratori, ai pedofili, a chiunque, questione di caritas.

Ma Piergiorgio ha davvero un pò esagerato, a voler decidere per sè.

Mica che diventi un vizio, dice, chi evidentemente ha il dono della Verità Assoluta (beati loro).

Forse è Dio, ad essere stanco di essere strumentalizzato.

(E infatti molti non si ritrovano più in questa Chiesa)

La vita ha bisogno di dignità.

E il dolore di umiltà e rispetto.

Piergiorgio non ha mai smesso la sua guerra, ma la sua bara è stata lì, fuori, sul piazzale.

E quindi ti interessi, e leggi dal suo amico Sergio Giordano i particolari di questo uomo, che avuto la temeriarità di essere tale, e ha salutato il mondo sulle note di Vivaldi (così, almeno, credente o no, ha avuto accanto un sacerdote).

Sergio, “skipper (...) di questa zattera di pazzi e di dannati” che Welby ha mantenuto in equilibrio fra onde difficilissime, accontentandosi di sentire la musica del mare solo al telefono cellulare.

Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Luca Coscioni e Deputato europeo radicale, in prima linea nella vicenda Welby, ha accettato di rispondere a qualche domanda:

D: Il Vicariato di Roma ha impedito i funerali religiosi. E’ stata netta, appellandosi a cavilli legati al fatto che Piergiorgio avesse espresso più volte, lucidamente, la sua volontà di morire. Qual’è il significato di questa posizione?, cosa ha voluto dire?, cosa ha finito per mostrare?

R: Il Vaticano ha voluto dimostrare di non aver paura di essere minoranza, di dare più importanza alla rigidità della dottrina che al sentimento comune dei fedeli. L’esempio del fondamentalismo islamico, cioè di una organizzazione del culto inflessibile e violenta che fa molti proseliti, ha forse una competizione – oltre che un oggettiva alleanza contro le libertà individuali – nella direzione peggiore.

D: In quella che dovrebbe essere la Repubblica, spesso si iniziano i telegiornali con le ultime osservazioni del Papa.

Cos’è diventata, politicamente e culturalmente, la Chiesa di Roma?

R: Il Vaticano, la conferenza episcopale e i loro addentellati parastatali e imprenditoriali, sono un potere. Più acquistano autorità (potere temporale e soldi), più perdono autorevolezza e sintonia con la comunità dei credenti.

D: Cosa più di tutto, nella storia di Welby, è stato distorto e ha fatto sì che voi radicali e chi vi ha appoggiato non siate stati compresi? Qual’è il messaggio che non è passato?

R: Sono passati i messaggi essenziali. Un certo buonismo e i finti-laici, soprattutto a sinistra, hanno cercato di esorcizzare il “pericolo” di una legge sull’eutanasia dicendo che non si fanno leggi su questioni così complesse. In realtà la legge c’è, e tratta l’eutanasia come un omicidio. Ma credo che la gente l’abbia capito.

D: Cosa rispondi alla polemica sulla strumentalizzazione di Welby?

R: E’ un modo per dare a Welby dell’incapace di intendere e di volere. Piergiorgio era invece un leader politico. Lo sanno bene, per questo cercano di disinnescarlo.

D: Non c’è stata coesione nelle posizioni dei vostri colleghi politici. Nè da una parte, nè dall’altra – ve lo attendavate?

R: Il ceto politico ha paura della propria ombra, anzi, dei propri elettori. L’eutanasia è un tabù solo per i politici, non per i cittadini. Lo sapevamo. Per questo il “caso Welby” è stato tanto dirompente.

D: Cosa dovrebbe essere la libertà dell’individuo, oggi, in un Paese come il nostro? Cosa eventualmente non le permette d’essere tale?

R: Bisogna tornare ai fondamentali del liberalismo. Non si proibiscono azioni che non danneggiano nessuno. Non devono esistere crimini senza vittime. Purtroppo il Potere continua ad avere bisogno di controllare le persone, a partire dal loro corpo, dalle questioni fondamentali di vita e di morte.

D: L’appoggio al caso Welby è stato dato anche da persone cattoliche che vivono la loro religiosità pienamente. Questo cosa ci dice?

R: I sondaggi dicono che addirittura oltre la metà dei cattolici erano con Welby. Per me è una conferma. Negli anni ’70 i radicali non avrebbero ottenuto la vittoria sui referendum su aborto e divorzio senza il voto dei cattolici.

D: Eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico, ricerca sulle cellule staminali. Sarà realmente possibile avanzare su queste strade nell’Italia di oggi o di un domani non lontano?

R: Se dovessimo limitarci a fare previsione, avremmo il dovere di essere pessimisti. Per fortuna possiamo, ciascuno di noi può, fare qualcosa di concreto, per far prevalere la logica delle idee, invece che la logica delle cose. Ne approfitto per chiedere a chi ci legge di contattarci, su www.associazionelucacoscioni.it

D: Eluana Englaro – un dramma enorme. Sarà possibile, colmando i vuoti delle leggi, permettere a suo padre di realizzare il desiderio della figlia?

R: Deve essere possibile. La magistratura finora non lo ha consentito. A questo punto è probabile che l’alternativa sia la riforma della legge, o la disobbedienza civile. Sarà, naturalmente, il padre, Beppino Englaro, a decidere. L’associazione Coscioni darà tutto l’aiuto eventualmente richiesto.

D: Quanti anni ha trascorso a letto Welby?

R: Nove anni, attaccato al respiratore artificiale.

D: Cosa ti ha lasciato, umanamente, Piergiorgio?

R: E’ l’ultima cosa che gli ho detto: una grande forza.

Indipendentemente dal credere o no, se esiste un Dio, magari adesso è lì, accanto a Welby, a dargli una bella pacca sulla spalla:
”Sono orgoglioso di te, ragazzo! Andiamo a farci una passaggiata – dalla battigia, quassu, c’è una vista magnfica. E, finalmente, una barca a vela tutta per te – il vento qui non fa mai male”.

Luoghi che noi non possiamo sapere.

Sergio Giordano

Grazie Sergio,

Mina




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