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in un ultimo viaggio; prima della
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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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18 settembre 2007

Perchè mi torturate?

ADOLFO BARAVAGLIO
A cura di Gabriele Vidano e Letizia Moizzi
Perchè mi torturate?
Storia dell'uomo rinchiuso in una gabbia
grande quanto il suo corpo
Prefazione di Gianni Vattimo
Esperienze TEA

Dobbiamo ancora urlare la necessità di una legge sull'eutanasia, a questo voglio ancora servire. Sono uno dei tanti che lotta per legalizzare l'eutanasia come è avvenuta in Olanda, e forse la mia storia potrà sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica.

Un libro scritto con disarmante sincerità infischiandosene anche della propria privacy e con grande trasporto e amore verso la sua compagna di vita, Agnese, il suo angelo.

€ 10.00

Recensione di

Sergio Tatarano

(Associazione Diritto e Libertà-
Associazione Coscioni Francavilla Fontana)

Il bellissimo libro di Adolfo Baravaglio (“Perché mi torturate?”), è un pugno in pieno stomaco, uno schiaffo in faccia, una doccia fredda in una giornata invernale. Si tratta del dettagliato elenco di tutte le azioni che un uomo ridotto da 18 anni in un letto è costretto a svolgere ogni giorno (e può svolgere soltanto) grazie all’aiuto della moglie. In seguito ad un incidente stradale, Adolfo resta immobile, può muovere solo il collo e un braccio.

Già Piergiorgio Welby si era raccontato con grande coraggio e con la forza delle sue parole che oggi trovano una naturale prosecuzione in questo libro che non lascia nulla all’immaginazione: l’obiettivo di Adolfo è, in una sola parola, radicale, perché punta allo scandalo senza girare intorno ai concetti. E ci riesce. Ciò che suscita è una infinita ammirazione. Si tratta del riconoscimento di una persona che, proprio nella descrizione letterale delle scene più devastanti per il suo corpo e per la sua quotidianità, dimostra una incredibile dignità (come dice la moglie, “se andasse a peso la sua dignità supererebbe il quintale”) di uomo che non nasconde nulla, che vuole l’immedesimazione di chi non lo capisce e lo critica, che chiede di essere ascoltato.

Probabilmente, il momento più forte è nel racconto di Agnese, il suo angelo custode, volutamente cruda quando spiega come fa a pulire il marito o quando confessa di prendersela con Adolfo che non sarebbe dovuto uscire a cena con gli amici quella sera disgraziata; oppure quando si espone alla critica pubblica certa dichiarando di avere un amico e di vederlo costantemente senza entusiasmo o, ancora, di essersi rallegrata per l’aborto spontaneo avvenuto 15 giorni prima dell’incidente.

Non potrà dunque mancare di suscitare la più completa disapprovazione clericale e bigotta, di destra e sinistra, di quelli che “Ado non è amato abbastanza”; e lì, anzi da subito, noi radicali dovremo essere presenti e, dopo aver ascoltato il grido di dolore di quest’uomo, incaricarci di non cedere al ricatto trasversale che tenta da un anno di affossare un dibattito nato grazie a Piergiorgio. E che oggi trova nuovo vigore. Per il futuro di Adolfo e per la memoria di Piergiorgio.

Nella tragedia, il libro si chiude con le parole di speranza dell’Agnese, tanto forti quanto azzeccate: “…e se non avete ancora capito che questo è un inno alla dignità, alla libertà e all’amore, sì, porca miseria, anche all’amore, allora mi viene il sospetto che gli ufo siate voi. Non io”.


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permalink | inviato da Mina vagante il 18/9/2007 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



13 giugno 2007

IL SESSO DEGLI…ANGELI

Gli angeli sono stati, e continuano ad essere sull’onda fatua della New Age, una palestra per i più arditi esercizi speculativi. Dalle suddivisioni di un neoplatonico del V secolo, Pseudo Dionigi l'Areopagita, alle dispute medievali sul loro sesso. Come sempre accade, quando c’è di mezzo il sesso o la sessualità, la diatriba trovò subito un punto su cui convergere: gli angeli non hanno sesso e, conseguentemente, nemmeno una sessualità. Tagliati gli attributi a queste evanescenti creature venute dalla Persia zoroastriana, i teologi ed i filosofi li relegarono in un dimenticatoio da dove venivano riesumati e portati a fare due passi solo dai pittori che ne fecero dei – tappabuchi - per superare quell’horror vacui che la tela incute.

Stessa sorte è toccata agli handicappati, disabili, diversabili…fate voi, sceglietevi il termine che vi sia più gradito ma non dimenticate che, comunque vogliate definirli, sono e resteranno persone le cui potenzialità possono essere annullate dalle difficoltà che un mondo fatto a misura di normodotato crea. L’handicappato nella filmografia appare raramente, come nella realtà, e quando appare un plaid sulle ginocchia fa da pietra tombale ad ogni velleità erotica. Le cose potrebbero andare avanti per secula seculorum ma Hollywood getta il classico sasso nello stagno dell’ipocrisia. Il sasso si chiama “Uomini (Battle Stripe)” scritto da C. Foreman, regista Zinneman, interpretato da Marlon Brando. È il 1954 e il realismo con cui sono descritte le difficoltà di un reduce di guerra paraplegico che cerca di riadattarsi alla vita colpiscono il pubblico come un pugno nello stomaco. Ma ancora più sconvolgente fu il prendere coscienza della sessualità di un disabile, naturalmente si tratta di una sessualità -addolcita- dall’amore e dal matrimonio ma è indiscutibilmente un passo avanti. Concessa ai reduci una sessualità – per meriti di guerra - sembra che gli invalidi civili debbano continuare nella loro angelica esistenza ma…il regista irlandese J. Sheridan prende in prestito dalla realtà la storia di Christy Brown, paraplegico dalla nascita, e ne fa “Il mio piede sinistro”. Privato delle ali l’handicappato-angelo si mostra per quel che è: una umanissima e desiderante creatura alla quale non mancano le domande ma solo le risposte. Sistemati reduci e invalidi civili restano nella piccionaia angelica del dimenticatoio “le” disabili.

Le femministe di una volta tirerebbero in ballo la fallocrazia e la società maschilista…certo che se la sessualità femminile è stata spesso guardata con sospetto, la sessualità di una disabile viene scotomizzata senza tanti complimenti. “Perdiamoci di vista” di Carlo Verdone è un film comico ma ha l’indubbio merito di dare spessore e realtà alla figura di una paraplegica, Asia Argento, e alle paure di un normodotato, Carlo Verdone, che si sente sessualmente attratto da lei. Se il corpo della donna è “un pianeta poco esplorato” il corpo di una disabile è “un pianeta sconosciuto”. Ho voluto –usare- la finzione cinematografica per avvicinarmi al problema della sessualità dei disabili perché l’identificazione con i personaggi di – celluloide - è molto più facile dell’identificazione con il disabile della porta accanto. Una volta accettata la premessa che la disabilità non esclude la sessualità il passo successivo è, o dovrebbe essere, quello di domandarsi: possono i disabili confrontarsi con la loro sessualità? Nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU ha pubblicato un documento nel quale veniva riconosciuto a tutti i portatori di handicap, sia fisico che mentale, il diritto di fare esperienza della propria sessualità. Questo dovrebbe fornirci la chiave di lettura esatta: quando l’ONU si premura di affermare i diritti di qualcuno è perché quei diritti sono, nei fatti, negati. Sono negati perché i genitori sono portati ad infantilizzare il figlio/a disabile, sono negati perché è negato o estremamente difficoltoso per il/la disabile l’accesso a quei luoghi dove i giovani si sperimentano, sono negati ai disabili istituzionalizzati per la difficoltà del personale di confrontarsi con esigenze cariche di problematiche complesse, ma è anche la forma mentis di una società che, nonostante una patina di “liberalità”, ha ancora una difficoltà di fondo ad accettare una sessualità svincolata dalla riproduttività o legalizzata nel matrimonio. Insomma, il sesso ludico suscita sospetti o goliardiche derisioni e, nel migliore dei casi, viene liquidato con una battuta sdrammatizzante. Prima di andare avanti vorrei ricordare che l’handicap non si limita agli esempi cinematografici che vi ho proposto, il caso della paraplegia è solo un tipo di handicap e, forse, il meno –invalidante- altri handicap impediscono in modo più severo il relazionarsi con il mondo: spastico, tetraplegico, sindrome di Down, deficit fisico, psichico, intellettivo questi ed altre sono le prigioni dove molti sono costretti a vivere. In Olanda, paese notoriamente incivile e insensibile, esiste una “Fondazione per i rapporti alternativi” che procura incontri sessuali ai portatori di handicap. E in Italia? In Italia le cose vanno diversamente. Il – suggerimento - dell’ONU è stato accolto da uno scetticismo generale: “Sesso a tutti i costi? Probabilmente il diritto che l’ONU voleva garantire non era quello di “fare sesso”, semmai quello più fondamentale di avere un rapporto con una persona che si ama e dalla quale si è corrisposti. Questo è un obiettivo per tutti, non solo per i disabili ( SEMPRE – Mensile dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII).
Le ali, le ali a tutti i costi! Mentre l’ONU si preoccupa di affermare il diritto alla sessualità (nei limiti che l’handicap consente) altri si preoccupano di obbligare il portatore di handicap a riconoscersi in un rapporto finalizzato che, detto in poche e crude parole, vuol dire:” caro disabile, o ti rimetti le ali o ti rassegni all’astinenza”. Ma la sessualità dei disabili come viene “risolta”?- la letteratura in merito è copiosa e accessibile a chi desideri informarsi su un tema sconosciuto ai non addetti. Ecco un esempio: “19 anni, spastico grave, frequenta la scuola superiore. Da qualche tempo, dice la madre, la vita in casa è diventata difficilissima. Lui le confida la sua attrazione per le ragazze, la rabbia per non riuscire ad instaurare una relazione come i suoi coetanei. La rabbia di non riuscire nemmeno a masturbarsi. La madre allora qualche volta lo aiuta. Da un lato vive questo gesto come l’estremo sacrificio di donazione per il figlio, dall’altro è lacerata dal senso di colpa per un atto incestuoso e contrario ai suoi principi.” Se la – soluzione - olandese fa storcere il naso ai propugnatori del “niente sesso senza amore” vorrei sapere come reagiscono i loro sensibilissimi nasi di fronte alla – soluzione italiana -. Non mi meraviglierei se i nasi si comportassero come le coscienze double face: da una parte sempre pronte a gridare allo scandalo e dall’altra sempre disposte al silenzio dell’ipocrisia.

Il Calibano

Riporto questo brano perchè supporta il libro in pubblicazione di Bruno Tescari "Il Kamasabile".
Trovate la pubblicazione nella mia rubrica "libri".




13 giugno 2007

IL KAMASABILE

 CON IL PATROCINIO
DELLA PROVINCIA DI ROMA                
TIZIANA BIOLGHINI
Consigliera
Delegata alle politiche dell’handicap
presenta:
“ACCESSO AL SESSO”
IL KAMASABILE
di  BRUNO TESCARI
VENERDI’ 15 GIUGNO 2007 -  ore 16.00
PROVINCIA – SALA DEL CONSIGLIO
VIA IV NOVEMBRE 117/a
dibattono sul diritto di vivere il sesso:
l’Autore
disabili, genitori, associazioni, operatori

comprate questo libro, vi insegna moltissimo.
Piero ha scritto a proposito di questo tema un bel Calibano "Il sesso degli angeli"




29 luglio 2005

Amor sacro o amor profano?


Il problema dei "servizi di assistenza sessuale" è da tempo dibattuto ed esistono in Europa organizzazioni di questo genere già a partire dai primi anni Ottanta. Si tratta di associazioni come la SAR (Associazione per Relazioni Alternative) nei Paesi Bassi, il SENIS in Germania e altre simili, attive nei paesi scandinavi, che offrono, per i disabili dei due sessi, compresi gli omosessuali, prestazioni sessuali e/o di "tenerezza", dietro remunerazione, da parte di assistenti formati appositamente, che si recano al domicilio o negli Istituti. In Olanda, in certi casi, i servizi di questi assistenti sessuali vengono persino rimborsati dall'Ente per la Sicurezza Sociale.

Gli angeli sono stati, e continuano ad essere sull’onda fatua della New Age, una palestra per i più arditi esercizi speculativi. Dalle suddivisioni di un neoplatonico del V secolo, Pseudo Dionigi l'Areopagita, alle dispute medievali sul loro sesso. Come sempre accade, quando c’è di mezzo il sesso o la sessualità, la diatriba trovò subito un punto su cui convergere: gli angeli non hanno sesso e, conseguentemente, nemmeno una sessualità. Tagliati gli attributi a queste evanescenti creature venute dalla Persia zoroastriana, i teologi ed i filosofi li relegarono in un dimenticatoio da dove venivano riesumati e portati a fare due passi solo dai pittori che ne fecero dei –tappabuchi- per superare quell’horror vacui che la tela incute. Stessa sorte è toccata agli handicappati,  disabili, diversabili…fate voi, sceglietevi il termine che vi sia più gradito ma non dimenticate che, comunque vogliate definirli, sono e resteranno persone le cui potenzialità possono essere annullate dalle difficoltà che un mondo fatto a misura di normodotato crea. L’handicappato nella filmografia appare raramente, come nella realtà, e quando appare un plaid sulle ginocchia fa da pietra tombale ad ogni velleità erotica. Le cose potrebbero andare avanti per  secula seculorum ma Hollywood getta il classico sasso nello stagno dell’ipocrisia. Il sasso si chiama “Uomini (Battle Stripe)” scritto da C. Foreman, regista Zinneman, interpretato da Marlon Brando. È il 1954 e il realismo con cui sono descritte le difficoltà di un reduce di guerra paraplegico che cerca di riadattarsi alla vita colpiscono il pubblico come un pugno nello stomaco. Ma ancora più sconvolgente fu il prendere coscienza della sessualità di un disabile, naturalmente si tratta di una sessualità -addolcita- dall’amore e dal matrimonio ma è indiscutibilmente un passo avanti. Concessa ai reduci una sessualità –per meriti di guerra-  sembra che gli invalidi civili debbano continuare nella loro angelica esistenza ma…il regista irlandese J. Sheridan prende in prestito dalla realtà la storia di Christy Brown, paraplegico dalla nascita, e ne fa “Il mio piede sinistro”. Privato delle ali, l’handicappato-angelo si mostra per quel che è: una umanissima e desiderante creatura alla quale non mancano le domande ma solo le risposte. Sistemati reduci e invalidi civili restano nella piccionaia angelica del dimenticatoio -le- disabili.   Le femministe di una volta tirerebbero in ballo la fallocrazia e la società maschilista…certo che se la sessualità femminile è stata spesso guardata con sospetto, la sessualità di una disabile viene scotomizzata senza tanti complimenti.  “Perdiamoci di vista” di Carlo Verdone è un film comico ma ha l’indubbio merito di dare spessore e realtà alla figura di una paraplegica, Asia Argento, e alle paure di un normodotato, Carlo Verdone, che si sente sessualmente attratto da lei. Se il corpo della donna è “un pianeta poco esplorato” il corpo di una disabile è “un pianeta sconosciuto”. Ho voluto –usare- la finzione cinematografica per avvicinarmi al problema della sessualità dei disabili perché l’identificazione con i personaggi di –celluloide- è molto più facile dell’identificazione con il disabile della porta accanto. Una volta accettata la premessa che la disabilità non esclude la sessualità il passo successivo è, o dovrebbe essere, quello di domandarsi: possono i disabili confrontarsi con la loro  sessualità?  Nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU ha pubblicato un documento nel quale veniva riconosciuto a tutti i portatori di handicap, sia fisico che mentale, il diritto di fare esperienza della propria sessualità. Questo dovrebbe fornirci la chiave di lettura esatta: quando l’ONU si premura di affermare i diritti di qualcuno è perché quei diritti sono, nei fatti, negati. Sono  negati perché i genitori sono portati ad infantilizzare il figlio/a disabile, sono negati perché è negato o estremamente difficoltoso per il/la disabile l’accesso a quei luoghi dove i giovani si sperimentano, sono negati ai disabili istituzionalizzati per la difficoltà del personale di confrontarsi con esigenze cariche di problematiche complesse, ma è anche la forma mentis di una società che, nonostante una patina di “liberalità”, ha ancora una difficoltà di fondo ad accettare una sessualità svincolata dalla riproduttività o legalizzata nel matrimonio. Insomma, il sesso ludico suscita sospetti o goliardiche derisioni e, nel migliore dei casi, viene liquidato con una battuta sdrammatizzante. Prima di andare avanti vorrei ricordare che l’handicap non si limita agli esempi cinematografici che vi ho proposto, il caso della paraplegia è solo un tipo di handicap e, forse, il meno –invalidante- altri handicap impediscono in modo più severo il relazionarsi con il mondo:  spastico, tetraplegico, sindrome di Down, deficit fisico, psichico, intellettivo questi ed altre sono le prigioni dove molti sono costretti a vivere. In Olanda, paese notoriamente incivile e insensibile, esiste una “Fondazione per i rapporti alternativi” che procura incontri sessuali ai portatori di handicap. E in Italia? In Italia le cose vanno diversamente. Il –suggerimento- dell’ONU è stato accolto da uno scetticismo generale: “Sesso a tutti i costi? Probabilmente il diritto che l’ONU voleva garantire non era quello di “fare sesso”, semmai quello più fondamentale di avere un rapporto con una persona che si ama e dalla quale si è corrisposti. Questo è un obiettivo per tutti, non solo per i disabili” ( SEMPRE – Mensile dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII). Le ali, le ali a tutti i costi! Mentre l’ONU si preoccupa di affermare il diritto alla sessualità (nei limiti che l’handicap consente) altri si preoccupano di obbligare il portatore di handicap a riconoscersi in un rapporto finalizzato che, detto in poche e crude parole, vuol dire:” caro disabile, o ti rimetti le ali o ti rassegni all’astinenza”. Ma la sessualità dei disabili come viene -risolta?- la letteratura in merito è copiosa e accessibile a chi desideri informarsi su un tema sconosciuto ai non addetti. Ecco un esempio: “19 anni, spastico grave, frequenta la scuola superiore. Da qualche tempo, dice la madre, la vita in casa è diventata difficilissima. Lui le confida la sua attrazione per le ragazze, la rabbia per non riuscire ad instaurare una relazione come i suoi coetanei. La rabbia di non riuscire nemmeno a masturbarsi. La madre allora qualche volta lo aiuta. Da un lato vive questo gesto come l’estremo sacrificio di donazione per il figlio, dall’altro è lacerata dal senso di colpa per un atto incestuoso e contrario ai suoi principi.” Se la –soluzione- olandese fa storcere il naso ai propugnatori del “niente sesso senza amore” vorrei sapere come reagiscono i loro sensibilissimi nasi di fronte  alla –soluzione italiana-. Non mi meraviglierei se i nasi si comportassero come le coscienze double face: da una parte sempre pronte a gridare allo scandalo e dall’altra sempre disposte al silenzio dell’ipocrisia.

 

Il Calibano  




20 ottobre 2003

IL SESSO DEGLI…ANGELI

Gli angeli sono stati, e continuano ad essere sull’onda fatua della New Age, una palestra per i più arditi esercizi speculativi. Dalle suddivisioni di un neoplatonico del V secolo, Pseudo Dionigi l'Areopagita, alle dispute medievali sul loro sesso. Come sempre accade, quando c’è di mezzo il sesso o la sessualità, la diatriba trovò subito un punto su cui convergere: gli angeli non hanno sesso e, conseguentemente, nemmeno una sessualità. Tagliati gli attributi a queste evanescenti creature venute dalla Persia zoroastriana, i teologi ed i filosofi li relegarono in un dimenticatoio da dove venivano riesumati e portati a fare due passi solo dai pittori che ne fecero dei –tappabuchi- per superare quell’horror vacui che la tela incute.
Stessa sorte è toccata agli handicappati, disabili, diversabili…fate voi, sceglietevi il termine che vi sia più gradito ma non dimenticate che, comunque vogliate definirli, sono e resteranno persone le cui potenzialità possono essere annullate dalle difficoltà che un mondo fatto a misura di normodotato crea. L’handicappato nella filmografia appare raramente, come nella realtà, e quando appare un plaid sulle ginocchia fa da pietra tombale ad ogni velleità erotica. Le cose potrebbero andare avanti per secula seculorum ma Hollywood getta il classico sasso nello stagno dell’ipocrisia. Il sasso si chiama “Uomini (Battle Stripe)” scritto da C. Foreman, regista Zinneman, interpretato da Marlon Brando. È il 1954 e il realismo con cui sono descritte le difficoltà di un reduce di guerra paraplegico che cerca di riadattarsi alla vita colpiscono il pubblico come un pugno nello stomaco. Ma ancora più sconvolgente fu il prendere coscienza della sessualità di un disabile, naturalmente si tratta di una sessualità -addolcita- dall’amore e dal matrimonio ma è indiscutibilmente un passo avanti. Concessa ai reduci una sessualità –per meriti di guerra- sembra che gli invalidi civili debbano continuare nella loro angelica esistenza ma…il regista irlandese J. Sheridan prende in prestito dalla realtà la storia di Christy Brown, paraplegico dalla nascita, e ne fa “Il mio piede sinistro”. Privato delle ali l’handicappato-angelo si mostra per quel che è: una umanissima e desiderante creatura alla quale non mancano le domande ma solo le risposte. Sistemati reduci e invalidi civili restano nella piccionaia angelica del dimenticatoio -le- disabili.
Le femministe di una volta tirerebbero in ballo la fallocrazia e la società maschilista…certo che se la sessualità femminile è stata spesso guardata con sospetto, la sessualità di una disabile viene scotomizzata senza tanti complimenti. “Perdiamoci di vista” di Carlo Verdone è un film comico ma ha l’indubbio merito di dare spessore e realtà alla figura di una paraplegica, Asia Argento, e alle paure di un normodotato, Carlo Verdone, che si sente sessualmente attratto da lei. Se il corpo della donna è “un pianeta poco esplorato” il corpo di una disabile è “un pianeta sconosciuto”. Ho voluto –usare- la finzione cinematografica per avvicinarmi al problema della sessualità dei disabili perché l’identificazione con i personaggi di –celluloide- è molto più facile dell’identificazione con il disabile della porta accanto. Una volta accettata la premessa che la disabilità non esclude la sessualità il passo successivo è, o dovrebbe essere, quello di domandarsi: possono i disabili confrontarsi con la loro sessualità? Nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU ha pubblicato un documento nel quale veniva riconosciuto a tutti i portatori di handicap, sia fisico che mentale, il diritto di fare esperienza della propria sessualità. Questo dovrebbe fornirci la chiave di lettura esatta: quando l’ONU si premura di affermare i diritti di qualcuno è perché quei diritti sono, nei fatti, negati. Sono negati perché i genitori sono portati ad infantilizzare il figlio/a disabile, sono negati perché è negato o estremamente difficoltoso per il/la disabile l’accesso a quei luoghi dove i giovani si sperimentano, sono negati ai disabili istituzionalizzati per la difficoltà del personale di confrontarsi con esigenze cariche di problematiche complesse, ma è anche la forma mentis di una società che, nonostante una patina di “liberalità”, ha ancora una difficoltà di fondo ad accettare una sessualità svincolata dalla riproduttività o legalizzata nel matrimonio. Insomma, il sesso ludico suscita sospetti o goliardiche derisioni e, nel migliore dei casi, viene liquidato con una battuta sdrammatizzante. Prima di andare avanti vorrei ricordare che l’handicap non si limita agli esempi cinematografici che vi ho proposto, il caso della paraplegia è solo un tipo di handicap e, forse, il meno –invalidante- altri handicap impediscono in modo più severo il relazionarsi con il mondo: spastico, tetraplegico, sindrome di Down, deficit fisico, psichico, intellettivo questi ed altre sono le prigioni dove molti sono costretti a vivere. In Olanda, paese notoriamente incivile e insensibile, esiste una “Fondazione per i rapporti alternativi” che procura incontri sessuali ai portatori di handicap. E in Italia? In Italia le cose vanno diversamente. Il –suggerimento- dell’ONU è stato accolto da uno scetticismo generale: “Sesso a tutti i costi? Probabilmente il diritto che l’ONU voleva garantire non era quello di “fare sesso”, semmai quello più fondamentale di avere un rapporto con una persona che si ama e dalla quale si è corrisposti. Questo è un obiettivo per tutti, non solo per i disabili ( SEMPRE – Mensile dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII).
Le ali, le ali a tutti i costi! Mentre l’ONU si preoccupa di affermare il diritto alla sessualità (nei limiti che l’handicap consente) altri si preoccupano di obbligare il portatore di handicap a riconoscersi in un rapporto finalizzato che, detto in poche e crude parole, vuol dire:” caro disabile, o ti rimetti le ali o ti rassegni all’astinenza”. Ma la sessualità dei disabili come viene -risolta?- la letteratura in merito è copiosa e accessibile a chi desideri informarsi su un tema sconosciuto ai non addetti. Ecco un esempio: “19 anni, spastico grave, frequenta la scuola superiore. Da qualche tempo, dice la madre, la vita in casa è diventata difficilissima. Lui le confida la sua attrazione per le ragazze, la rabbia per non riuscire ad instaurare una relazione come i suoi coetanei. La rabbia di non riuscire nemmeno a masturbarsi. La madre allora qualche volta lo aiuta. Da un lato vive questo gesto come l’estremo sacrificio di donazione per il figlio, dall’altro è lacerata dal senso di colpa per un atto incestuoso e contrario ai suoi principi.” Se la –soluzione- olandese fa storcere il naso ai propugnatori del “niente sesso senza amore” vorrei sapere come reagiscono i loro sensibilissimi nasi di fronte alla –soluzione italiana-. Non mi meraviglierei se i nasi si comportassero come le coscienze double face: da una parte sempre pronte a gridare allo scandalo e dall’altra sempre disposte al silenzio dell’ipocrisia.

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