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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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20 febbraio 2016

Cari Parlamentari


Cari tutti,

l'essere qui oggi ha anche il particolare significato di ricordare Luca Coscioni nel decimo anniversario della sua morte anche riguardo al diritto a una morte dignitosa o chiamiamola meglio opportuna.

In commissione Politiche sociali si discute già sulle disposizioni anticipate di trattamenti sanitari. Tra due settimane circa si aggiungerà anche la commissione giustizia per includere nel dibattito l'eutanasia.

Comprendo le difficoltà personali che ognuno possa avere, di parlare di questo tema. Permettetemi di fare delle considerazioni e richieste ai membri delle Commissioni e anche a voi dell'intergruppo:

Dibattendo sulla fine vita, i politici legislatori non hanno il compito di entrare nella camera da letto dei morenti, consigliando, proibendo e limitando la libertà nelle loro scelte. Non invadano ambulatori e studi dei medici quale controllori, ma rispettino i sanitari nel loro rapporto con i loro pazienti.

I politici non hanno il dovere - potere di influire sulla deontologia medica. Nel caso del fine vita il legislatore ha un solo dovere: fare una legge che rafforzi i diritti dei cittadini per quello che riguarda le loro scelte prese con consapevolezza e in responsabilità. E per quello che riguarda il medico, proteggerlo contro incriminazioni in base agli articoli 575,(omicidio volontario) 579(omicidio del consenziente), del codice penale.

I cittadini di ogni ordine e estrazione sociale o professionale hanno il diritto di essere trattati con pari dignità che noi vogliamo si riconosca a ognuno di noi, (Cost. Art. 3), quindi pari diritti, qui con un particolare occhio ai morenti.

Per poter affrontare in modo corretto il tema dell'eutanasia credo sia l'unica nostra possibilità di depenalizzare gli articoli del Codice Penale citati in questione rispetto al rapporto medico-paziente. Accanto al letto dei morenti non deve essere chiamato nessun giudice. Ma al paziente deve essere garantita l'autodeterminazione e la dignità nel morire. Il medico e il personale sanitario devono essere protetti contro condanne penali per aver adempiuto ad un proprio dovere, rispettando le scelte del morente.

La certezza di poter attendere una morte dignitosa e senza sofferenze farà diminuire i suicidi a causa di malattie inguaribili e sofferenze immani.

Queste considerazioni, davvero scarne, ma accorate, ve le consegno con la speranza che ne vogliate tener conto. Grazie.   

  Mina Welby

Co-presidente Associazione Luca Coscioni





6 dicembre 2015

LOVE IS ALL

9 anni fa Piero Welby, otteneva di poter morire senza soffrire e nel rispetto della Costituzione. 
Era il 20 dicembre 2006.
 Domenica 20 dicembre 2015, dalle 16.45, 
presso la sede del Partito radicale in via di Torre Argentina 76 a Roma
faremo il punto sulla strada percorsa da allora 
e per vedere in anteprima un film-documentario su Piero.

Con Mina Welby, Mario Riccio, Lorenzo D'Avack, 
Marco Cappato, Filomena Gallo ed Emma Bonino 
discuteremo della conquista di libertà realizzata grazie anche alla lotta di Piero, 
e della strada ancora da compiere verso la legalizzazione dell'eutanasia.

A seguire, l'anteprima del film-documentario:

Love is All. Piergiorgio Welby, Autoritratto

di Francesco Andreotti e Livia Giunti

con il patrocinio dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca 
scientifica, soggetto costituente il Partito radicale







22 novembre 2015

Illuminare la zona grigia del fine vita.



Se il nascere e il morire sono atti personalissimi di ogni essere vivente, l'essere umano da sempre conosce il loro naturale svolgimento, prima per istinto, poi per aver imparato dall'esperienza attraverso secoli e millenni. Con l'evoluzione del sapere e della scienza il genere umano si è impossessato del potere di gestire le regole della natura, cambiarne percorsi, fermare evoluzioni dannose. Insomma, il frutto proibito della conoscenza ha portato il suo bene e il suo male.
E veniamo al fine vita. Una volta, di fronte all'ineludibile morte nel potere del fato, di Dio, l'uomo si chinava con rispetto. Oggi questo potere è passato agli “dei in bianco”, come dice nel suo libro, “Totgeschwiegen” - taciuto a morte- la mia corregionale Walburg Steurer.
Qui un breve inciso sul perchè di questa mia così estrema presa di posizione. I medici hanno sapere e strumenti per salvare vite, strappandole al percorso naturale. Le donne e gli uomini si sentono meno soggetti a un potere irrazionale e divino e consegnano la loro vita nelle mani degli “dei in camice bianco”. Consegnare il proprio corpo ai medici significa anche cedere l'autonomia individuale. Il paternalismo medico cede alla consapevolezza dei cittadini sempre più crescente, nutrita dallo studio di costituzione, convenzioni e carte dei diritti, della propria autorevolezza in questione di decisione sui trattamenti sanitari. Negli ultimi dieci anni anche in Italia la consapevolezza dei cittadini di essere padroni della propria autodeterminazione è diventato un fatto pubblico e di cronaca. Perchè?
La tendenza di mantenere ancora un potere etico-religioso nelle mani della politica doveva sempre più misurarsi con il crescendo delle pretese laiche di interpretazione della dignità umana dei singoli cittadini.
I primi anni 2000 furono produttori di leggi sul fine vita in Olanda e in Belgio. Questi paesi con la collaborazione di medici coraggiosi hanno squarciato il velo grigio che copriva le vite nel loro morire. Consulte di bioetica nel nostro paese discutevano e qualche politico come Loris Fortuna, Giuliano Pisapia, Tomassini e altri cercavano già dagli anni 80 in poi a proporre delle leggi sul fine vita anche nel nostro paese. Poi venne un uomo dal nome esotico, come un giornalista amico, Sabelli Fioretti lo definì, Welby. Che lanciò nel 2002 un messaggio privato a un personaggio pubblico, al Presidente del CNB: A volte non siamo noi a decidere di quali problemi occuparci, ci sono nodi gordiani che troviamo sulla nostra strada e non possiamo evitare di tentare di sciogliere. Credo che, ai nostri giorni, uno di questi nodi ineludibili sia l’accanimento terapeutico ed il diritto dei malati ad una terapia medica che non ignori la persona e che non dimentichi di avere a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. Le tecniche di rianimazione e gli strumenti che simulano o supportano alcune funzioni vitali hanno creato, in non pochi casi, una dicotomia insanabile tra ciò che è vita e quella “morte sospesa” che è il risultato di molti accanimenti. Dai membri del Comitato ci si aspetta una parola di chiarezza, un colpo di gladio che, spezzando il nodo, legalizzi il Testamento Biologico e restituisca alla vita e alla morte la loro dignità.
A spezzare questo nodo avrebbe dovuto essere la politica che consultava appunto il CNB.
La risposta fu di ammirazione e di solidarietà. Ma Welby insiste:
Prof. D’Agostino, nel ringraziarla per la sollecita e problematica risposta, vorrei cogliere l’occasione per dirle che nel mio impegno su questo tema, volutamente ho omesso di parlare di eutanasia e mi sono limitato a sottoporre all’attenzione, sua e del Comitato, il Living will, non è dettato da pregiudizi ma da giudizi maturati nei due mesi trascorsi in “rianimazione”. La mia patologia (distrofia muscolare progressiva) ha causato una insufficienza respiratoria ed il coma. Un protocollo di rianimazione, a mio avviso discutibile sia eticamente che per gli art. 13, 14, 15, del C.D.M. mi ha restituito alla “vita” tracheostomizzato, vincolato ad un ventilatore polmonare, nutrito attraverso una sonda naso-gastrica. Le scrivo usando una tastiera virtuale e il dito indice per digitare. Come può vedere non si tratta di reazioni emotive o posizioni ideologiche, non ignoro i limiti del living will né il rischio dello slippery slope…ma sono convinto che una società civile debba dare risposte e linee guida…io vorrei che queste risposte e linee guida fossero tali da tutelarmi nel momento di un mio nuovo ingresso in un reparto di rianimazione.
Piergiorgio Welby
Le parole di Welby intanto filtravano nel pubblico attraverso il suo blog e un forum di discussione dal tema eutanasia. Il CNB fece un documento dove nutrizione e idratazione artificiali non potevano essere rifiutate, in quanto non trattamenti sanitari. E se proprio un paziente aveva rilasciato le sue volontà di come essere o non essere curato, per il momento in cui non avesse più capacità di comunicazione, doveva decidere il medico cosa fosse il bene del malcapitato.
Gli anni passano, la distrofia incalza. Welby, lavora insieme ai suoi compagni radicali su una proposta di legge sul fine vita. È eletto co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni, dopo la morte di Luca Coscioni. Sempre più si avvicinava al limite di sopportazione delle sue condizioni fisiche. Confidava negli articoli della nostra Costituzione: 13, “La libertà personale è inviolabile” e il 32, secondo comma: … “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Chiede in una lettera al Capo dello Stato Giorgio Napolitano di intervenire sul Parlamento in favore di una legge sull'eutanasia. Sacrifica il suo concetto di dignità personale esteriore e l'integrità della sua immagine alla responsabilità nei confronti di tutta l'Italia per ottenere una legge su un diritto costituzionalmente consolidato. E non gli basta. Inizia come primo firmatario una richiesta di indagine conoscitiva sull'eutanasia clandestina in Italia. In due mesi si raccolsero 25.000 firme. La politica lo ignora.
Welby sente su se stesso quello che aveva già espresso molto prima che fosse scritto nel suo libro Lasciatemi morire: “la dimora della vostra ex-volontà sarà trasformata in una multiproprietà, affidata a tutti i medici che si avvicineranno al vostro capezzale.” E qui oggi penso a quei malati di SLA, Max Fanelli, Walter Piludu, Luigi Brunori che fanno ancora dopo 9 anni di questa stessa battaglia di Welby la loro battaglia e non solo per sé, ma per tutti i cittadini, perchè si calendarizzi la PdL di iniziativa popolare “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia”.
Per squarciare le nebbie fitte sul come si muore in Italia pare non basti più nemmeno il linguaggio muto dei corpi martoriati che urla alla politica ma anche alla classe medica, chiedendo che la loro volontà scritta in un documento abbia lo stesso valore della volontà espressa a voce.
Dall'altra parte l'ordine dei medici si tutela con un nuovo CDM.
Da una parte c’è il Codice di Deontologia Medica che all’articolo 38 fino all’anno scorso parlava di Direttive anticipate. Nel nuovo codice titola Dichiarazioni anticipate. È importante questa differenza di termini. In lingua tedesca si usa Verfügung-Direttiva. Lo usa il Comitato Etico di Bolzano.
Poi: una volta il codice recitava “Il medico deve attenersi, ……., alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa.” Oggi il CDM dice Il medico tiene conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento espresse in forma scritta, sottoscritta e datata da parte di persona capace e successive a un’informazione medica di cui resta traccia documentale.” Una differenza abissale.
Di fronte all'autodeterminazione del paziente i medici si sentono semplici esecutori di pratiche mediche? Lo vedrei sotto un'altra lente. La lente della dignità umana.
La dignità umana è uguale per ogni creatura umana. Anche in questa prospettiva tra medico e paziente non esiste differenza. Ma chi lo dice? La nostra Costituzione, art. 3.
Non è un tira e molla tra medico e paziente, ma una presa di coscienza da ambo le parti di responsabilità di fronte al bene “vita”. Il rispetto vicendevole tra persone, prima di tutto. Al medico non deve mancare coraggio di informare il malato dell'evoluzione delle sue condizioni e di rimanere accanto a lui dalla diagnosi fino alla fine ed assisterlo nell’agonia, riconoscendo i limiti raggiunti della sua arte medica, sopportarla e confrontarsi con audacia. È facile per un medico mandare a casa, o in altri reparti, dei corpi inguaribili e trattarli nelle visite in modo elusivo. Tutto umanamente comprensibile; l’incontro con un paziente mette il medico di fronte ai limiti terapeutici, e questo è deprimente. Ed è proprio per questo che il medico dei nuovi tempi deve essere preparato, e a mio avviso dovrebbe passare un esame psicofisico di verifica se è adatto, o meno, a fare il medico di fiducia. Non deve vedere solo un corpo sofferente, ma l’essere umano che lotta per uscire da un corpo ormai diventato soltanto un peso.
Parlando dal punto di vista del paziente, queste situazioni dimostrano se si ha a che fare con un tecnico o con un vero “medicus”, cioè con un uomo che si sente responsabile nei confronti del suo paziente anche dove non ha più le possibilità di trattarlo con terapie, né forse nemmeno poter lenire totalmente le sofferenze e lo può solamente accompagnare, anche in sedazione terminale o nella sua richiesta di aiutarlo a morire. Chiedo troppo?
Lo so, il medico non ha piena tutela e serve una legge, che tuteli la volontà dei morenti, e la professionalità dei medici.
E chiudo.
In Camera dei Deputati, dal settembre 2013 giace la proposta di legge di iniziativa popolare Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia. Con l’aiuto di malati il coordinamento dell’Associazione Coscioni è riuscito a sensibilizzare un Intergruppo di 213 parlamentari, davvero trasversale, che si è prefissato di lavorare perché si dibatta su proposte e disegni di legge disponibili sul fine vita, oltre a quella presentata dall’Associazione Luca Coscioni.
Vorrei solo aggiungere: Non dico che la PdL che rappresento come prima firmataria sia l’unica soluzione, ma ci tengo a dire, che oltre al testamento biologico e l’interruzione e il rifiuto di trattamenti sanitari prevede anche l’eutanasia, cioè la libera scelta della morte. Non sono moltissimi i casi da considerare, o meglio, - da valutare tra medico e paziente, - ma esistono e va data una risposta. Sento il bisogno di chiedere, da cattolica e praticante, che si rifletta di dare la possibilità al medico curante, di accompagnare un paziente attraverso questa porta di emergenza, per carità cristiana.
Sento tutta la tragedia nella continua richiesta di informazioni che delle persone rivolgono a me, Marco Cappato e Gustavo Fraticelli per recarsi in Svizzera. Avevo già pronto il progetto di viaggio con Giovanna, che all’ultimo momento ha avuto un ripensamento. È deceduta due mesi dopo a casa sua, serena, curata e assistita. Vorrei che cessino i pellegrinaggi all’estero e che tutti possano morire a casa loro tra affetti e cure dei propri cari, o almeno nell’ambiente dove hanno sempre vissuto.





6 novembre 2015

LIBERTA' DI SCELTA E RESPONSABILITA'


La fine della vita è una realtà che riguarda indistintamente tutti gli esseri viventi. Si nasce, si vive, si muore. Ignorare la morte non è una soluzione. Solo chi non sa, chi non conosce dice che la morte è naturale. Sì, una volta era naturale. Oggi raramente. Anche il nascere non è più naturale, il vivere per chi più, per altri meno.

Piccoli esempi: nei primi anni ’60, mia madre a causa di una caduta riportò un’emorragia cerebrale. Non esisteva la nutrizione artificiale e le sole fleboclisi non bastavano per mantenerti in vita per molto. Mamma morì. A 90 anni mia zia si fece mettere uno stent e ha vissuto per altri tre anni con molta fatica, e stanca alla fine chiese aiutatemi a morire. Questo è accaduto 3 anni fa. È stata aiutata a morire con dei palliativi, senza grandi sofferenze. Ho conosciuto molte persone malate di cancro. Non riuscivo a capire perché qualcuno di loro urlasse dal dolore per settimane, mentre altri erano sereni e morivano tranquilli. Semplice! già in quei tempi lontani esistevano medici con visuale differente che sapevano accompagnare il malato fino alla fine. Ricordavano forse i ripetuti appelli di Papa Pio XII di non risparmiare sulla morfina per togliere sofferenze estreme ai malati?

È del marzo 2010 la legge 38 sulle Cure Palliative. Erano utilizzate già da tempo anche nel nostro paese, purtroppo a macchia di leopardo soltanto e ancora oggi. Non entro nei particolari di questo tema. Sono presenti esperti che sanno informare con la loro esperienza.

Il mio approccio al fine vita non appaia un entrare a gamba tesa in un campo che richiede rispetto e anzitutto verità. Ormai è noto a tutti che sono anche presidente dell’Associazione SOS Eutanasia che informa e aiuta cittadini in gravi difficoltà per ottenere il suicidio assistito in Svizzera. È un metodo radicale per far capire l’urgenza di una regolamentazione sul fine vita.

Già dal lontano 2002 ho provato di tutto insieme a Piergiorgio Welby e poi insieme all’Associazione Luca Coscioni per aprire le menti e specialmente i cuori della politica per fare una buona legge che tuteli l’interesse migliore della persona anche nel fine vita. Il contatto con il Comitato Nazionale di Bioetica nella persona dell’allora presidente Prof. Francesco D’Agostino non ha sortito un ripensamento sul dare la precedenza alla decisione del medico su quella del malato, scritta in una disposizione anticipata sui trattamenti sanitari. E la nutrizione e idratazione artificiali sono rimasti classificati come cure salvavita e non atti medici, per cui non rifiutabili. Per questo abbiamo visto la via crucis di Papà Beppino Englaro per sua figlia Eluana.

Piergiorgio Welby, dopo 9 anni e mezzo di ventilazione meccanica e nonostante il deperimento fisico per la distrofia, raccolse le ultime energie e scrisse al Presidente della Repubblica Napolitano. La chiusura della sua lettera è questa: Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Il Presidente tra l’altro risponde, “Il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l'elusione di ogni responsabile chiarimento.”

Sapevamo che il Belgio e l’Olanda già da 4 anni avevano delle leggi sul fine vita comprese le cure palliative in forma eccellente. Il rapporto medico paziente è fondato sulla fiducia reciproca.

Nel maggio 2002 Welby aveva esordito sul suo forum: Dobbiamo riappropriarci del nostro diritto a una morte sottratta agli innumerevoli artifizi che una Techné priva di etica e schiava della sua volontà di potenza ci ha sottratto. … Dobbiamo imparare che morire è anche un processo di apprendimento, non solo il cadere in uno stato di incoscienza, conclude con H.G. Gadamer.

Non esiste in generale un diritto-dovere di eseguire delle volontà espresse dalle persone. Ma appartiene alla dignità di uomini e donne avere la facoltà di opporsi, a trattamenti sanitari su se stessi. (Art. 32, 2° comma. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana). Ecco, il rispetto della dignità umana si concretizza nel prendere in carico l’espressione di volontà di un uomo, una donna, riguardo la sua sorte di malato/a. Qualora una simile espressione di volontà, ponderata e inequivocabile, non venisse rispettata, e il paziente sottoposto a trattamenti sanitari rifiutati espressamente o perfino a sua insaputa, un’azione simile è eticamente criticabile e dovrebbe essere giuridicamente perseguita. La sua autodeterminazione ha funzione prettamente limitante, di verifica e conferma. E quindi è garantita la sua dignità di persona e non può essere intrapreso nulla contro la sua volontà dichiarata.

Si dibatte per lo più dell’autodeterminazione del paziente. Dell’autodeterminazione del medico si discute parlando di obiezione di coscienza, cioè del rifiuto di rapporto per dei trattamenti sanitari o di assunzione di responsabilità di occuparsi di casi difficili o rischiosi.

Qui vorrei parlare di un tipo di autodeterminazione non ovvia, ma proprio per questo importante: del coraggio di un medico di rimanere accanto ad un malato dalla diagnosi fino alla fine ed assisterlo nell’agonia, riconoscendo i limiti raggiunti dalla sua arte medica, sopportarla e di confrontarsi con audacia. È facile per un medico mandare a casa, o in altri reparti, dei malati inguaribili e trattarli nelle visite in modo elusivo. Tutto umanamente comprensibile; l’incontro con un paziente mette il medico di fronte ai limiti terapeutici, e questo è deprimente. Ed è proprio per questo che il medico dei nuovi tempi deve essere preparato, e a mio avviso dovrebbe passare un esame psicofisico di verifica se è adatto, o meno, a fare il medico di fiducia.

Parlando dal punto di vista del paziente, queste situazioni dimostrano se si ha a che fare con un tecnico o con un vero “medicus”, cioè con un uomo che si sente responsabile e legato al suo paziente anche dove non ha più le possibilità di trattarlo con terapie, né forse nemmeno poter lenire totalmente le sofferenze e lo può solamente ancora accompagnare, anche in sedazione terminale. Chiedo troppo?

L’abbandono da parte del medico non è solo una perdita, una grave delusione per un paziente. Il medico nuoce a se stesso: in primis, privandosi del confronto con i propri limiti, nello sperimentare e sopportare la propria inefficienza umana. Inoltre, con grande probabilità gli viene meno l’esperienza davvero esaltante, quanto sia importante la sua figura come medico umano (ovvero come essere umano medico) per i suoi pazienti, nel tratto finale del loro vivere. Ci vuole coraggio, e proprio con questo coraggio il medico rispetta la dignità dei suoi pazienti e incrementa lui stesso la propria dignità di medico.

Per medico e paziente, è comune responsabilità e compito di riconoscere dove e quando inizia il processo inesorabile del morire, quel morire che, secondo Welby, è un processo di apprendimento. La diagnosi e la valutazione della situazione, in quanto tali, non indicano il da farsi, ma dipende da come un paziente capace e/o incapace, ma con disposizioni anticipate o dal vivo e ben presente, valuti o interpreti questa diagnosi. In questo modo il processo del morire viene accettato come una ultima “chance”, come responsabilità da parte del paziente per eventuali scelte di terapie per un prolungamento o meno della vita, per poter ancora avere degli incontri importanti per lui, risolvere dei conflitti, studiare e dare indicazioni per il tempo dopo la sua morte oppure anche solo per godere l’ultimo frammento di vita, concedendosi piccole gioie. Per qualcuno può significare riprogrammare un lungo tratto di vita, usufruendo di apparecchiature, ventilatori, nutrizione artificiale, dialisi, come Welby, Severino Mingroni, - un locked-in dal lontano 1992, - come Massimo Fanelli, vostro co-regionale, Walter Piludu e tanti altri sconosciuti.

Una valutazione e interpretazione opposta potrebbe essere quella di non ostacolare il processo del morire e anzi di desiderare ardentemente la morte, per poter chiudere finalmente gli occhi e poter riposare in pace. Il paziente potrebbe scegliere il rifiuto di ogni terapia, anche della nutrizione e idratazione, non solo artificiale, il rifiuto di terapie antibiotiche, terapie tecnologiche, come la ventilazione artificiale, l’emodialisi e molto altro. Rifiuto non solo di non iniziare, ma anche voler interrompere e voler dire, basta! Ci aiuta anche il catechismo cattolico dal lontano 1980: "L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire".

Rispettare anche simili scelte, che i medici sanno quante sfaccettature possano assumere, è espressione di rispetto della dignità umana “Il morire che nasce così davvero da quella vita dove ognuno ha trovato amore, senso e pena.”

In questa fase, pazienti e medici hanno il comune compito di trovare insieme la forma commensurata alla propria capacità dell’andar via, del lasciar andare, dell’abbandonarsi all’ineludibile e trovare responsabilmente insieme una conclusione.

In Camera dei Deputati, dal settembre 2013 giace la proposta di legge di iniziativa popolare Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia. Con l’aiuto di malati il coordinamento dell’Associazione Coscioni è riuscito a sensibilizzare un Intergruppo di 162 parlamentari, davvero trasversale, che si è prefissato di lavorare perché si dibatta su proposte e disegni di legge disponibili sul fine vita, oltre a quella presentata dall’Associazione Luca Coscioni.

Vorrei solo aggiungere: Non dico che la PdL che rappresento sia l’unica soluzione, ma ci tengo a dire, che oltre al testamento biologico e l’interruzione e il rifiuto di trattamenti sanitari prevede anche l’eutanasia, cioè la libera scelta della morte. Non sono moltissimi i casi da considerare, o meglio, - da valutare tra medico e paziente, - ma esistono e va data una risposta. Sento il bisogno di chiedere, da cattolica e praticante, che si rifletta di dare la possibilità al medico curante, di accompagnare un paziente attraverso questa porta di emergenza, per carità cristiana.

Sento tutta la tragedia nella continua richiesta di informazioni che delle persone rivolgono a me, Marco Cappato e Gustavo Fraticelli per recarsi in Svizzera. Avevo già pronto il progetto di viaggio con Giovanna, che all’ultimo momento ha avuto un ripensamento. È deceduta due mesi dopo a casa sua, serena, curata e assistita. Vorrei che cessino i pellegrinaggi all’estero e che tutti possano morire a casa loro tra affetti e cure dei propri cari, o almeno nell’ambiente dove hanno sempre vissuto.




16 agosto 2014

EUTANASIA

Appositamente insisto ancora a parlare anche di eutanasia. Quando si lavorava in parlamento, parlo del 2007, per una proposta di legge sulle Dichiarazioni anticipate sui trattamenti sanitari, si diceva che si voleva fare una legge "cavallo di troia" per l'eutanasia. Nella attuale PdL RIFIUTO DI TRATTAMENTI SANITARI E LICEITA' DELL'EUTANASIA sono espresse le tre possibilità per approcciarci alla fine della vita, e nessuno può dire che è un cavallo di troia. E' tutto espresso in modo molto chiaro. Intanto vorrei che si dibatta, che le persone riescano a fugare i propri dubbi, che tutti trovino aiuto nelle estreme difficoltà, certamente anche senza dover ricorrere all'eutanasia. L'eutanasia deve diventare davvero l'estrema via di fuga da una sofferenza insormontabile. A chi parla di eutanasia passiva dico, che è semplicemente l'interruzione di trattamenti sanitari inutili sia per la guarigione, che anche per una sopravvivenza dignitosa e umana, riconosciuta tale dal paziente, e solo dal paziente. Se poi dalla PdL venisse espunta l'eutanasia e passasse "solo" il rifiuto delle terapie e il testamento biologico, mica piango, ma vi vedrei una grande conquista per i diritti di moltissimi. Mi rimboccherei le maniche e continuerei la battaglia per una legge sull'eutanasia e il suicidio assistito anche nel nostro paese. Chi ne sarà convinto mi seguirà.


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permalink | inviato da Mina vagante il 16/8/2014 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 luglio 2014

BUONA MORTE

Piero Welby  anno 1978. Sue parole nel 2006: "Abbiamo avuto tutto dalla vita, ora dobbiamo capire che tutto è finito."

C'è chi per tanti anni ha dato un modo nuovo di intendere la vita, a causa di un grave incidente, dopo una diagnosi infausta di una malattia neuro-degenerativa, o rimasto un locked-in, dopo una emorragia cerebrale. Insieme alla famiglia, ai propri cari, agli amici, o anche da solo, ha riprogrammato un percorso di vita ed è riuscito in modo eroico a dare il meglio di sé: ad amare, a lottare, a gioire, a essere quello che voleva essere senza piangersi addosso. Spesso è un fatto di carattere, molto è dovuto all'assistenza e ai supporti di cui può godere. Certamente non è da tutti. Cercate di mettervi nei loro panni, - meglio nel loro corpo. Ci sono malattie inguaribili gravi con soglie di dolore altissime e insopportabili, dove l'unica speranza rimane la morte, quando anche cure palliative non raggiungono la soddisfazione della persona morente. Credo che le parole di Tommaso Moro valgano anche oggi: Se qualcuno non è solo incurabile, ma anche oppresso da continue sofferenze, allora, rendendosi conto, che la vita gli procura solo dolore, non si sottragga alla morte, ma si faccia coraggio e si liberi da solo da quella vita piena di tormenti come da una prigione o da una tortura, oppure lasci che qualcuno lo faccia per lui. In questo modo si dimostrerà saggio, perché non perderà alcun bene, ma si libererà dalla sofferenza........reputo che l'ufficio del medico sia di rendere la salute e di alleviare le sofferenze e i dolori, non solo quando questo sollievo può condurre alla guarigione, ma anche quando può servire a procurare una morte dolce e calma.





7 maggio 2014

LASCIATEMI TORNARE ALLA CASA DEL PADRE

LASCIATEMI TORNARE ALLA CASA DEL PADRE

La parola eutanasia è diventata un tabù come lo può essere quando si tira in ballo la pedofilìa. Invece, bisognerebbe che ci sgombrassimo dalle incrostazioni di senso provocate dal succedersi delle culture che, di volta in volta, diffondono modelli morali a loro funzionali: così da ripensare la «pedophilìa» come "amore per i bambini" (tutt'altra cosa dalla pederastia), e l’«euthanasia» come "buona morte", (tutt'altra cosa dall'omicidio o dal suicidio). Occorrerebbe, così, liberarsi pure dai battibecchi attuali (scatenatisi attorno alla morte di Welby), per ricollocare l'eutanasia nella dimora del senso che porta con sé, e dunque percepirla come l'umana aspirazione ad un trapasso il più sereno possibile, come il dolce abbandono della vita... Desiderio più che legittimo, a meno che - ovviamente - non si tratti di una morte traumatica o violenta. Chi dovrebbe gestire lo spazio di tempo che precede una morte certa, inevitabile, se incontro alla quale si dovesse andare con sofferenze atroci a grandi passi o con lenta agonìa? Andarsene naturalmente, quando le terapie non offrono più alcun beneficio, quando ogni intervento peggiorerebbe anziché portare verso una qualche soluzione, oppure quando giunge l'ora del «sonno eterno» [per dirla con il Foscolo), ebbene questo è un desiderio universale, trasversale alle credenze, alle fedi, alle religioni. Parecchie sono le descrizioni riguardo al durante e al dopo di questo momento del «trapasso», dalle cui ritualità si viene a conoscere come ogni cultura, teologica o laica, contemporanea oppure antica, coltivi e si rappresenti questo distacco dalla vita. Ora si parla di «discesa agl'inferi»,

ora di «viaggio nell'aldilà, dove ombre vaganti aspirano a trovar pace», ora di «ritorno ad un luogo divino, al Paradiso* ora di «luogo da cui si è arrivati nascendo' ovvero «luogo delle essenze pure»; e mentre per alcuni s'immagina di "ritornare terra, o polvere", per altri si parla di «metempsicosi e di «reincarnazione», vale a dire di rivivere un'altra vita terrena rigenerato o sotto altre spoglie... Ebbene, comunque si ipotizzi questo "altro" mondo, ognuno di noi, arcaico o contemporaneo, credente o ateo, gracile o atletico, semplice o colto che sia, ognuno di noi vuole che questo trapasso avvenga il più possibile dolcemente e soprattutto quando è giunta la propria ora. Forzare la natura, ritardare questo nostro naturale "tramonto", accanirsi con terapie (che spesso contraddicono lo stesso termine, in quanto fare terapia significa "risvegliare le risorse" di chi è fiaccato dal male, come c'insegna Ippocrate), tenere in vita senza che questa possa dirsi esistenza, tutto questo diventa cinico al punto da definirsi "privo dell'umana pietas", o della carità cristiana, per dirla con i credenti. Anche persone di grande animo e di profondo pensiero, come Papa Wojtyla, hanno saputo accettare che avvenga il trapasso in modo naturale. Infatti, quando si è sentito venir meno, quando ha capito che era giunta la propria ora, una delle sue ultime preghiere (rivolta a chi lo assisteva) è sfata una frase colma di umano rispetto per la vita: «lasciatemi tornare alla casa del Padre». Come volesse dire: «non tormentatemi perché io viva ancora...».

E pur vero che si può morire "di dentro" anche quando si perde una persona cara,

……..

o quando si viene isolati socialmente, ma questo tipo di morte non ha nulla a chi fare con il trapasso, con il varcare la soglie i del nostro stare al mondo. Se, come sembra, la parola «euthanasia» compare per la prima volta in una commedia di Posidippo (nel III sec. a.C), tuttavia, porre fine alle sofferenze atroci risale ai tempi omerici, tema ripreso poi dai tragici del V secolo [Filottète di Sofocle] con l'episodio mitico della morte di Eracle, La dea Hera, cieca dalla gelosia, si vendica condannando l'Eroe a «bruciare in eterno» mantenendolo sempre vivo, comi un accanimento terapeutico ante litteram. Egli allora chiede ai figli di por fine a tank: crudele strazio, ma nessuno accetta, e solo il giovane amico Filottète lo aiuta a morire sopra una pira cui dà fuoco, con un generoso atto di solidarietà umana... Ma Filottète la pagherà cara. Anche l'amico che aiutò Welby a porre fine alle sofferenze verrà punito, come lo fu Filottète ad opera di Hera: perché Hera (o il Potere religioso, o medico, o ideologico che sia) vuole "vendette amorose" immolando la vita nel tormento, eternamente gelosa com'è di figli che non riconosce come suoi.

Cesare Padovani

(giugno 2007)

Pubblicato nel libro di Cesare Padovani, Farfalle Aforismi / Inchiostri Crisalidi, 70 miti rivisitati alla luce dell'attualità, con 70 disegni di Vittorio D’Augusta, uscito nel 2011 per l'editore il Vicolo. 




13 agosto 2013

EUTANASIA: se i partiti ricordassero Piergiorgio Welby


Questo articolo di Matteo Mainardi su L'HUFFINGTON POST è troppo prezioso per non pubblicarlo qui sul suo vecchio blog. Grazie Matteo!

Quella battaglia civile che è stato il fine vita di Piergiorgio Welby ha rappresentato una discontinuità nella società italiana. Dalla sua vicenda in poi, parole come "accanimento terapeutico", "eutanasia", "rifiuto di trattamenti sanitari", "testamento biologico" non sono state più percepite come formule astratte. Ciascuno ha potuto con esse interrogarsi sul proprio modo di concepire la vita e la sua dignità, ha potuto vedere all'opera i diversi meccanismi dell'autorità e della libertà, ha conosciuto le ambiguità di un diritto di volta in volta vessatorio o liberante.

A sette anni di distanza non tacciono ancora oggi le resistenze all'apertura del diritto a quella che Piergiorgio definiva la "morte opportuna". Le viltà giuridiche e politiche che accompagnarono la battaglia di Welby e la fecero divenire illegittimamente sempre più complicata e dolorosa, continuano ancora oggi a manifestarsi. Un cappio intorno alla libertà di scelta dell'individuo è sempre presente e per questo tornare sulla storia della sua battaglia è un buon viatico per affrontare la prova a cui l'Associazione Luca Coscioni si è sottoposta con la proposta di legge di iniziativa popolare per il "Rifiuto dei trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia".

Una prova che origina dall'ordinanza del Tribunale di Roma che, nel 2006, respingeva la richiesta di Piergiorgio Welby di veder rispettato il suo diritto a essere lasciato serenamente morire. Ordinanza scioccante - in quanto definiva "inammissibile" la richiesta a causa del vuoto legislativo in materia - in cui il magistrato abdicava al proprio essere l'istituzione in cui le domande di nuovi diritti possono trovare risposte sulla base di principi già esistenti nel sistema giuridico. Dalla battaglia di Piergiorgio Welby in poi, chi ha ostacolato e continua a contrastare il diritto individuale a scegliere sul proprio corpo cerca di affermare l'esistenza di un "vuoto" legislativo dove invece vi è un "pieno" costituzionale.

Infatti, grazie alla sua battaglia, abbiamo potuto scoprire la ricchezza e la genuina bellezza dei principi contenuti nella Costituzione. Una Carta che tutela i diritti inviolabili dell'uomo (art. 2), che esclude la possibilità di discriminazioni sulla base delle "condizioni personali" (art. 3), che ribadisce il diritto alla libertà personale (art. 13), che fa del "rispetto della persona umana" (art. 32) un limite che lo stesso legislatore non può valicare.

"I tempi sono straordinari" diceva Filomena Gallo, segretaria della Luca Coscioni, al VI Congresso dell'Associazione radicale Certi Diritti. Proprio per la stra-ordinarietà della congiuntura politica e istituzionale, una memoria non retorica di Piergiorgio Welby ci insegna che è possibile e doveroso proseguire sulla strada dei diritti, a patto che non ci si faccia avvilire dalla mediocrità delle tattiche partitocratiche che sacrificano i principi costituzionali, e quindi la dignità delle persone, a disegni di corto respiro.

Proprio la sua memoria ci spinge ora a raggiungere le 50.000 firme necessarie per depositare a settembre in Parlamento una proposta di legge che darebbe finalmente compimento alla sua ultima e immensa battaglia politica.





1 luglio 2013

IL PROCESSO A IPPOCRATE

PROCESSO A IPPOCRATE

Quando Piergiorgio Welby muore, ha 61 anni. La diagnosi Distrofia Muscolare è del 1963: non supererà i 20 anni. I genitori iniziano una disperata ricerca come e dove trovare informazioni al fine di trovare una terapia per affrontare questa malattia sconosciuta. Piero insieme alla sorella Carla, cerca nelle enciclopedie tutto lo scibile su questa patologia. Aspetta la morte, ma non arriva. Una ricerca su eventuali portatori sani nella parentela, non dà alcun esito.

Nel 1973 conosco Piergiorgio e ci sposiamo nel 1980. È convinto che la sua fine sia imminente. Nel 1997 in primavera Piero avverte sporadicamente difficoltà respiratorie. Ne parliamo e conveniamo alla fine che la giusta scelta è quella di lasciar corso naturale alla malattia e non chiamare né medici, né ambulanze. Ambedue pensiamo che morire è più semplice di quello che in effetti si rivela. Nella notte del 13 luglio Piero mi fa chiamare il pronto intervento. Il medico in servizio, sentendo che la causa dell’insufficienza respiratoria è la distrofia muscolare, correttamente non gli somministra alcuno stimolante per la respirazione, ma scrive l’impegnativa per il ricovero urgente. Piero lo rifiuta. Passano ben 14 ore e nel pomeriggio del 14 luglio Piero mi chiede aiuto. Non so fare altro che chiamare il 118. Nel pronto soccorso viene intubato, è in coma. Il medico non mi dà speranza. In rianimazione si prova la respirazione non invasiva con la bipap. Non funziona e dopo 15 giorni la scelta, no, l’imposizione, unica scelta possibile: la tracheotomia. Tre giorni di discussione tra noi due e con i medici, come meglio possibile nelle sue condizioni. Poi con disappunto mi fa firmare la condanna alla vita.

Dimesso dopo un mese e mezzo in reparto di rianimazione, per lui un inferno ma anche banco di prova e di ricerca su una “morte opportuna”. Io in spasmodica ricerca di rendergli la vita più normale e accettabile possibile. Con la sua solita ironia riprende a vivere. Scrive, e un computer con internet allarga gli orizzonti.

Nel 2002 un aggravamento della sua patologia gli causa una polmonite abingestis. Accetta la nutrizione artificiale. “Non sono ancora pronto!” È preso in carico dal Centro Nutrizionale del Policlinico Umberto I, diretto dal Prof. Gianfranco Cappello. La sua ricerca sull’eutanasia non me la nasconde più. Apre il forum eutanasia sul sito di radicali italiani, poi si iscrive al Movimento dei Radicali, sperando di trovarvi compagni di lotta. Luca Coscioni lo nomina Consigliere Generale della sua Associazione fondata in quell’anno. I suoi articoli su attualità e in particolare sulla libertà personale delle persone vengono pubblicati su la Voce di Romagna. È soddisfatto, ma sempre più sofferente. A novembre scrive al presidente del Comitato nazionale di Bioetica, Francesco D’Agostino, chiedendogli di valutare la sospensione delle terapie in soggetti che come lui hanno delle prospettive di fine vita mai come una tortura del proprio corpo e in particolare la possibilità delle disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari. Trova ascolto senza soluzioni.

Il suo lavoro diventa frenetico, la distrofia sempre più debilitante. Il suo piano di vita è a rischio di essere annullato: cioè: rendere accessibile a tutti per legge la buona morte in tutti i suoi aspetti. Inizio 2006 Luca Coscioni malato di Sla sta molto male e rifiuta la tracheotomia. Welby gli chiede di farla, “sei giovane, ho speranza per te nella ricerca scientifica” Luca rifiuta e muore il 20 febbraio 2006. Welby viene nominato co-presidente dell’Associazione.

Anche Piero peggiora giorno per giorno, grande stanchezza e dolori nel petto lo tormenta. Sente che il polmone si espande sempre meno, cosa che gli provoca insonnia e angoscia.

Il 21 settembre del 2006 scrive la lettera al Presidente della Repubblica. Chiede aiuto indirettamente al Parlamento italiano perché s’impegni a valutare una legge sull’eutanasia, una buona morte. Legge che comprenda il rifiuto di trattamenti sanitari dei capaci e che dia agli incapaci, che abbiano rilasciato disposizioni anticipate sulle proprie volontà, pari riconoscimento di un diritto sancito dagli articoli 3 e 32 della Costituzione Italiana. La sua richiesta pubblica d’aiuto va indirettamente anche ai medici. Nessuno risponde. Dal Parlamento escono toni di allarmante proibizionismo e aggressive posizioni contrapposte, non dialogo.

L’associazione Luca Coscioni, con Welby in testa chiede al Parlamento un'indagine conoscitiva sul fenomeno clandestino dell'eutanasia in Italia, esamini le proposte di legge sul tema e regolamenti l’eutanasia, equiparata oggi all’omicidio volontario, attraverso «norme più civili e rispettose della libera e responsabile scelta individuale». Si raccolgono 20.000 firme in poche settimane.

Piergiorgio il 22 ottobre scrive ai dirigenti dell’Associazione Coscioni: “È mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia lunga e dolorosa. Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe una morte immediata senza dolore. Chiedo che mi sia somministrata una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire.”

L'Associazione Coscioni organizza, il 27 ottobre, presso la sede del Partito Radicale un seminario, dove si confrontano giuristi, medici e politici su possibili risposte. Tutti ritengono legittima la richiesta di Welby. Solo sul fronte giuridico, i medici restano perplessi, e temono la possibilità di incorrere in reati penali. "La questione non è chiara e il rischio rimane finché non ci sia una normativa ad hoc". Marco Cappato, europarlamentare e segretario dell'Associazione Coscioni, e portavoce di Welby chiede alla politica impegno per aiutare tutti i malati nelle condizioni di Welby.

A parere degli avvocati non ci sono dubbi che il paziente stia esercitando il suo diritto a rinunciare alle cure e che non sussistono, quindi, nemmeno rischi per il medico.

Salto i contatti di Welby con i politici e le sue richieste ai presidenti di Camera e Senato. Chiede in una lettera di fare quanto è nel loro potere per accelerare la nomina del Comitato Nazionale di Bioetica e la calendarizzazione per la discussione della proposta di legge sulle direttive anticipate di trattamento.

Accetta soltanto la visita del Senatore Ignazio Marino, perché è medico e spera che lo capisca.

Il 24 novembre Piero si rivolge al dott. Giuseppe Casale, medico palliativista, con la richiesta del distacco dal ventilatore polmonare sotto sedazione terminale possibilmente orale, perché è difficile trovare una vena. Il medico risponde di non poter esser lui a decidere e di rimettersi quindi alla decisione delle autorità competenti. Aggiunge che «il paziente sta però soffrendo in una maniera incommensurabile». Sarebbe disposto a sedarlo, non con distacco del ventilatore automatico, bensì indicando che Welby potrebbe rinunciare all’alimentazione e idratazione. Welby rifiuta. Per me, sua moglie, è un prolungamento crudele e aumento di sofferenza. Mi mancano da sempre le parole per descrivere il mio disappunto.

Il 1 DICEMBRE i legali di Welby depositano presso il Tribunale civile di Roma un ricorso d'urgenza volto ad ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale.

Il 6 DICEMBRE: il Ministro della Salute Livia Turco, chiede un parere al Consiglio Superiore di Sanità «per verificare se nel caso di Welby la ventilazione artificiale è accanimento terapeutico». Il Consiglio Superiore della Salute risponde che la ventilazione di Welby non è accanimento terapeutico.

Con Piero abbozziamo un sorriso amaro, per l’ipocrisia che sentiamo aleggiare intorno e sopra di noi. L’art. 32 della Costituzione non parla di rifiuto di trattamenti sanitari perché accanimenti, ma di poterli rifiutare to court.

L’11 DICEMBRE in un parere preliminare l'ufficio affari civili della procura di Roma afferma che il ricorso di Welby è ammissibile «e va accolto» ma allo stesso tempo non si può «ordinare ai medici di non ripristinare la terapia perché trattasi di una scelta discrezionale affidata al medico». Questa "discrezionalità" secondo il giudice Salvio, è dimostrata da quanto dice il medico che ha in cura Welby. Giuseppe Casale, infatti, nell'udienza del 12 dicembre afferma: "Non c'è accanimento terapeutico perché il respiratore non è 'futile'. Se io stacco il respiratore, il paziente muore".

Per dirlo in breve, non c’è diritto per il paziente di fronte al medico che obietta.

Il 16 dicembre viene depositata la sentenza di ”Inammissibilità” perché il diritto che si invoca esiste ma la tutela non è prevista dall'ordinamento italiano. Il giudice Angela Salvio, del tribunale civile di Roma, respinge il ricorso presentato da Piergiorgio Welby. La sofferenza interiore di Piero è indescrivibile. Riteniamo il giudice poco coraggioso, negando un giudizio positivo al diritto di Welby di interrompere la sua sofferenza. Conosciamo l’indagine, realizzata dal Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, secondo la quale il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle terapie. Mentre la rivista medica Lancet sostiene che il 23 per cento dei decessi è preceduto da una decisione medica e che il 79,4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale.

Piero non ce la fa più e mi chiede di addormentarlo con una massiccia dose di Tavor e staccargli il ventilatore. Io gli rispondo esattamente così: “ Piero, dobbiamo finire il lavoro che abbiamo cominciato insieme, per tanti come te che non hanno la possibilità di decidere per se stessi.” La risposta è un sorriso amaro. Più tardi, in un attimo di mia disattenzione, Piero con uno sforzo immane fa leva con il braccio destro e con un colpo all’attacco del catetermounth lo stacca dalla cannula tracheostomica. La stomia sanguina.

Vogliamo fare ricorso. Intanto già da giorni si era fatto avanti il dott. Mario Riccio, rianimatore-anestesista nell’Ospedale di Cremona. Visita Piero, esamina la cartella clinica, e si rende disponibile per fare arrivare Welby all’approdo di una morte opportuna. Difficilissimo per me accettare che lui mi lasci parlo del suo romanzo incompiuto. “Finiscilo tu e pubblicalo tu! Il Calibano deve andare avanti.”

"Welby muore per arresto cardiorespiratorio". "Ho parlato a lungo con Welby - dice il medico - lui mi ha confermato la sua volontà di interrompere la terapia ventilatoria e che ciò avvenisse in corso di sedazione. È questo che ho fatto: ho interrotto una terapia; la pianificazione e l'eventuale interruzione delle cure è una cosa che avviene quotidianamente in tutti gli ospedali italiani".

In sede di Consulenza Collegiale Medico-legale viene escluso qualsiasi rilievo causale della sedazione in relazione al decesso - non era ravvisabile alcuna ipotesi di reato nei fatti accaduti la sera del 20 dicembre 2006. La Procura vuole archiviare il caso.

Il GIP vuole altre indagini. Un altro provvedimento inviato all'ufficio del gip il 6 marzo 2007 vorrebbe chiudere definitivamente il caso:

“Con l'interruzione della ventilazione meccanica a Piergiorgio Welby praticata dall'anestesista Mario Riccio è stato attuato un diritto del paziente che «trova la sua fonte nella Costituzione e in disposizioni internazionali recepite dall'Ordinamento italiano e ribadito in fonte di grado secondario dal codice di deontologia medica». "Il paziente era non solo cosciente ma liberamente determinato a non continuare il trattamento in quanto consapevole della impossibilità della guarigione e anche della impossibilità solo di un miglioramento o della attenuazione della sofferenza, di modo che non sembra nemmeno adeguato parlarsi di un riconoscimento di un incondizionato libero arbitrio".

Eppure il GIP deposita due mesi dopo l’incriminazione coatta contro il medico dott. Riccio in base all’art 579 c.p. per omicidio del consenziente. Il GUP lo proscioglie per la sussistenza dell’esimente dell’adempimento di un dovere art.51 cp.

Io continuo insieme all’Associazione Luca Coscioni il lavoro per una legge per ottenere libertà di decidere dei pazienti capaci e di quelli incapaci che abbiano lasciato scritto le proprie disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari e su un regolamento dell’eutanasia, perché nessuno più debba espatriare per ottenere una buona morte.

Vorrei che si rifletta sugli estremi momenti della vita dove il morire può diventare più dolce del vivere.






23 luglio 2011

BIOTESTAMENTO vs EUTANASIA

BIOTESTAMENTO: AVVENIRE, CHI VUOLE REFERENDUM MIRA A EUTANASIA

(ANSA) - ROMA, 23 LUG - ''Se veramente, una volta superato l'ultimo passaggio in Senato'' sulla legge sul testamento biologico ''si andrà a una consultazione popolare, allora verificheremo quanto il nostro Paese è a favore dell'eutanasia. Perché l'obiettivo dichiarato di chi sta già parlando di referendum è quello di introdurre in Italia il 'diritto a morire', e di una 'morte medicalmente assistita' all'interno del Servizio sanitario nazionale''. Lo sostiene il quotidiano cattolico Avvenire in un editoriale di prima pagina a firma della scienziata Assuntina Morresi. ''Si pretende che il Servizio sanitario nazionale, e dunque lo Stato - si legge nell'articolo -, somministri la morte, magari ricostruendo la volontà del soggetto, come nel caso di Eluana, sulla base degli 'stili di vita'. Per questo, se referendum sarà, è sull'eutanasia e sul suicidio assistito che il Paese sarà chiamato a pronunciarsi, ed è bene dirlo a chiare lettere, senza nascondersi dietro le parole''. (ANSA).
 
Voglio partire da questa notizia ANSA per chiarire certi punti che possono indurre in incomprensione e volutamente in errore.
Ripetendo ancora che il ddl Calabrò, o come lo chiama l’articolo dell’Avvenire “legge sul testamento biologico", se passerà al Senato così come risulta ora, è una legge contro il nostro libero arbitrio che perfino Dio ci ha dato come dono, ma il Parlamento ci vuole togliere:
1)    non possiamo rifiutare nutrizione e idratazione artificiale nelle nostre direttive anticipate di trattamento.   
2)    Il medico è padrone di decidere al posto nostro e quello che è scritto nelle nostre direttive anticipate non è vincolante.
Le conseguenze possibili per chi ha fatto delle scelte sulle proprie cure per un frangente di estrema difficoltà, possono essere un prolungamento inutile di sofferenza.
Le conseguenze per i medici, che vogliono onorare la volontà della persona che stanno curando, la possibilità di essere denunciati di omicidio del consenziente e processati, passibili di 16 anni di galera.
 
Assuntina Morresi sostiene che chi non vuole questa legge e lavora per un referendum abrogativo sono quelli che vogliono l’eutanasia.
Io e molti come me non vogliono l’eutanasia, vogliamo una legge che la regolamenti.
L’eutanasia già c’è. Nessuno lo dice ma c’è: negli ospedali, negli hospic, nelle case, in situazioni estreme.
Si vuole spaventare chi non ha mai vissuto le gravi situazioni di persone care con l’espressione: somministrare la morte.
Ebbene, quando la vita diventa talmente insostenibile a causa della sofferenza, la morte può essere l’ultima speranza di Vita e ben venga.
Come sempre varrà il detto: fatta la legge – trovato l’inganno.
I più deboli e i più indifesi non potranno comprarsi un medico per dare loro l’estremo aiuto e accompagnarli e sostenerli nella prova estrema della vita.
Nessuno vuole altri “casi Englaro”, perché chi non lascerà disposizioni anticipate scritte, sarà mantenuto in vita senza limiti.
Sappiamo anche che sono circa 1500 persone in stato vegetativo in Italia, quasi completamente lasciate a carico delle famiglie.
Domandate le persone anziane, se sono contente pensando alla prospettiva di terminare i loro ultimi giorni in una struttura residenziale.
A nessuno dei politici che votano a favore di questa legge importa delle famiglie abbandonate a se stesse e che devono provvedere al mantenimento e alla cura di malati e disabili gravi con il “lauto” contributo dello Stato di 450 € circa. Molti vengono ricoverarli in RSA il cui costo è al giorno quanto potrebbe bastare a una famiglia per il mantenimento mensile della persona malata.
Troppo sarebbe da dire, ma chiudo qui e, chi vuole, aggiunga i pensieri suoi.

Nessuno di voi ha mai pensato ai ricorsi alla Magistratura e alla Corte Costituzionale?



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