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                GLI EDITORIALI

       DEL CALIBANO

   (PIERGIORGIO WELBY)

Io amo la vita: la storia di Piero e Mina Welby - trailer

 

      

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Vestivamo alla
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contro la violenza

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L'onore dipende spesso
dall'ora che segna l'orologio.
Guillaume Apollinaire
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Calibano: la terra, il fango,
le viscere, la passione cieca,
l'incognito, il caos, la paura,
il talento primordiale, virile,
erotico che spesso vibra di febbre
e non ha bisogno di luce né di parola.
La carne, l'anima, lo spirito insieme
in un ultimo viaggio; prima della
separazione, della libertà di scegliere
un nuovo luogo, un nuovo corpo da
,o dove addormentarsi, come
dice Ariel, sotto un fiore



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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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6 marzo 2012

la Chiesa e la sua lotta facile con l'ipocrisia

Funerale Dalla, Welby: la Chiesa e la sua lotta facile con l'ipocrisia

Lucio Dalla è potuto entrare in cattedrale per il funerale perché non aveva mai detto di essere gay.

Piero Welby chiese di morire e quando accadde gli fu negato il funerale in Chiesa, benché io da cristiana lo avessi desiderato per lui. Sono trascorsi gli anni ma la situazione in Italia è sempre quella: la Chiesa scomunica la forma, perché non ha la forza per intervenire sulla sostanza.

Siamo biologicamente gay, siamo biologicamente eterosessuali, siamo biologicamente e eticamente depositari di diritti, siamo sostanzialmente proprietari delle nostre vite.

Stendere, come fa la Chiesa, su tutto ciò che è discutibile per certi canoni acquisiti un velo pietoso è ancora la tecnica per escludere una parte dell'umanità che è in ricerca del diritto alla felicità come tutti gli altri.

Mio marito, Piergiorgio Welby, ed io, l’Associazione Coscioni e i compagni radicali scegliemmo di non tacere: scegliemmo di reclamare un diritto sancito dalla Costituzione per interrompere una terapia a Piergiorgio. La nostra richiesta divenne la pietra dello scandalo. Era stato assimilato all'eutanasia. E' vero che Welby l'abbia chiesta ma da lì alla realtà era stato un percorso lungo e sofferto. Piero chiedeva una legge. Anch'io chiedo una legge che depenalizzi l'eutanasia e il suicidio assistito oltre alla legge sulle disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari.

Allora il funerale in chiesa di Giovanni Nuvoli era fatto per carità cristiana?

Perché la Chiesa Gerarchica pospone il diritto alla carità?

Mina Welby
co-Presidente Associazione Luca Coscioni




21 marzo 2011

CROCIFISSI

Se non vediamo nell'altro i segni dei chiodi e delle spine,

i crocifissi nelle nostre stanze, nelle scuole nei locali pubblici

servono solo alla nostra ipocrisia.


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27 dicembre 2010

Shock solo per qualche politico

 

“Continua la battaglia di Piero Welby per una legge che rispetti la libera scelta"
 
Milano, 18 dicembre 2010
 
Su Rai Tre è andato in onda lo spot australiano sull'eutanasia. Uno shock per gli italiani? No, soltanto uno shock per chi ha paura di quello che pensano gli italiani. E infatti è sopratutto il solito piccolo gruppo di politici ad abbandonarsi a una scomposta reazione contro i Radicali e contro la messa a nudo di un fatto per cui, quattro anni fa, Piergiorgio Welby ha scelto di fare della sua morte un atto pubblico, dando vita a una coraggiosa battaglia.
Alla fine di novembre del 2006, come Co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni e primo firmatario, aveva chiesto un'indagine conoscitiva sull'eutanasia clandestina in Italia. Voleva così togliere il velo di ipocrisia che copre i trattamenti di fine vita, vuoi di desistenza terapeutica, vuoi di interventi eutanasici, su richiesta dei pazienti, a cui oggi solo i più fortunati hanno possibilità di accedere. Questa indagine avrebbe dovuto facilitare un dibattito pubblico informato sulle libere scelte del vivere e del morire, per poi avviare un dibattito parlamentare per una legge sulle disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari, nonché la depenalizzazione di trattamenti eutanasici ai quali, in casi estremi, dei medici ricorrono per terminare sofferenze, altrimenti non arginabili.
La battaglia di Piergiorgio Welby, diventata la mia, insieme all'Associazione Luca Coscioni e ai Radicali, è per una legislazione che rispetti fino in fondo la libera scelta dei cittadini su come e se voler essere curati, nel pieno rispetto delle convinzioni etico-religiose e morali, in piena responsabilità di ciascuno. Non sono in contrapposizione a nessuno. Chiedo solamente una legge che dia attuazione ai principi della nostra Costituzione, invece di negarla come si vorrebbe fare con il disegno di legge contro il testamento biologico in discussione in Parlamento.




5 novembre 2009

CROCEFISSI

Togliere i crocefissi dagli uffici pubblici?

Togliere l'ipocrisia dalla nostra vita privata e pubblica no?


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4 settembre 2007

AGNUS DEI

Braccia penzoloni,testa cadente…

questo, l’immeritato quadro della tua vita.

“Lasciatemi morire”

il tuo grido, il tuo unico desiderio.

Soltanto un rantolo strozzato

dalla danza incerta delle mascelle…

il Calibano ha finito la sua corsa,

Intrappolato da cavi elettrici e tubi invasi d’aria…

…metafora indegna dell’esistenza!

“Lasciatemi morire”

La tua delizia, la tua croce.

Un alchemico crogiolo nelle vene

ha lavato le coscienze delle divine ingiunzioni

e placato i politichesi interrogativi…

…lasciando te decrepito tra le crepe del letto.

Raggrumati nella morale laica

i pensieri diventano guglie,

dove celare la verità e fauci,

per azzannare la potenza!

“Lasciatemi morire”

il tuo fardello, la tua morsa.

Hai attraversato il deserto dei Tartari con la tua voce…

…alla disperata ricerca del diritto alla dolce morte.

Sigilli, i regolatori arcani del tuo destino.

Ma la mano dolceasprigna del tuo sciamano

ti ha condotto al beato transito…

…e la fiumana mondiale perde i suoi sentimenti nel gelo

scandinavo.

È giunto

un aggiustatore angelico per te

un reietto per i togati

un profanatore per i prelati.

Sgombra, ora la tua criniera emana ambrosia profumata

memento mori…ma tu vivi,

nella fiamminga spirale dell’eternità…

…slegato.

Maddalena Verderosa

(poesia vincitrice in un concorso nazionale)
Grazie, Maddalena!




27 agosto 2007

LE PORTE STRETTE

 C'è una "porta stretta" che, pare, valga solo per quelli che già per conto loro sono svantaggiati. La corsa all'agio e a "godersi" la vita credo che sia molto difficile per chi deve calcolare come arrivare alla fine del mese (e questo sarebbe il minimo). Non so poi dove si prospetta una "porta larga e comoda" per coloro che sono entrati già in questa vita terrena per una porta stretta (colpiti di malattie genetiche) e trovano porte sempre più strette per continuare a vivere in modo dignitoso. Insieme a loro ci sono quelli che per il "caso e la necessità" si sobbarcano alle strettoie e altri che la provvidenza??? il caso??? ha colpiti con gravi malattie o disgrazie. Ma c'è una categoria di persone che delle porte strette con i loro vantaggi fa quasi una apologia e si crea un alibi per non dover ammettere di non fare ciò che potrebbe per alleviare e fare di tutto per essere veramente vicini a coloro che sono i più svantaggiati. Siamo veramente tutti ipocriti!


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13 giugno 2007

IL SESSO DEGLI…ANGELI

Gli angeli sono stati, e continuano ad essere sull’onda fatua della New Age, una palestra per i più arditi esercizi speculativi. Dalle suddivisioni di un neoplatonico del V secolo, Pseudo Dionigi l'Areopagita, alle dispute medievali sul loro sesso. Come sempre accade, quando c’è di mezzo il sesso o la sessualità, la diatriba trovò subito un punto su cui convergere: gli angeli non hanno sesso e, conseguentemente, nemmeno una sessualità. Tagliati gli attributi a queste evanescenti creature venute dalla Persia zoroastriana, i teologi ed i filosofi li relegarono in un dimenticatoio da dove venivano riesumati e portati a fare due passi solo dai pittori che ne fecero dei – tappabuchi - per superare quell’horror vacui che la tela incute.

Stessa sorte è toccata agli handicappati, disabili, diversabili…fate voi, sceglietevi il termine che vi sia più gradito ma non dimenticate che, comunque vogliate definirli, sono e resteranno persone le cui potenzialità possono essere annullate dalle difficoltà che un mondo fatto a misura di normodotato crea. L’handicappato nella filmografia appare raramente, come nella realtà, e quando appare un plaid sulle ginocchia fa da pietra tombale ad ogni velleità erotica. Le cose potrebbero andare avanti per secula seculorum ma Hollywood getta il classico sasso nello stagno dell’ipocrisia. Il sasso si chiama “Uomini (Battle Stripe)” scritto da C. Foreman, regista Zinneman, interpretato da Marlon Brando. È il 1954 e il realismo con cui sono descritte le difficoltà di un reduce di guerra paraplegico che cerca di riadattarsi alla vita colpiscono il pubblico come un pugno nello stomaco. Ma ancora più sconvolgente fu il prendere coscienza della sessualità di un disabile, naturalmente si tratta di una sessualità -addolcita- dall’amore e dal matrimonio ma è indiscutibilmente un passo avanti. Concessa ai reduci una sessualità – per meriti di guerra - sembra che gli invalidi civili debbano continuare nella loro angelica esistenza ma…il regista irlandese J. Sheridan prende in prestito dalla realtà la storia di Christy Brown, paraplegico dalla nascita, e ne fa “Il mio piede sinistro”. Privato delle ali l’handicappato-angelo si mostra per quel che è: una umanissima e desiderante creatura alla quale non mancano le domande ma solo le risposte. Sistemati reduci e invalidi civili restano nella piccionaia angelica del dimenticatoio “le” disabili.

Le femministe di una volta tirerebbero in ballo la fallocrazia e la società maschilista…certo che se la sessualità femminile è stata spesso guardata con sospetto, la sessualità di una disabile viene scotomizzata senza tanti complimenti. “Perdiamoci di vista” di Carlo Verdone è un film comico ma ha l’indubbio merito di dare spessore e realtà alla figura di una paraplegica, Asia Argento, e alle paure di un normodotato, Carlo Verdone, che si sente sessualmente attratto da lei. Se il corpo della donna è “un pianeta poco esplorato” il corpo di una disabile è “un pianeta sconosciuto”. Ho voluto –usare- la finzione cinematografica per avvicinarmi al problema della sessualità dei disabili perché l’identificazione con i personaggi di – celluloide - è molto più facile dell’identificazione con il disabile della porta accanto. Una volta accettata la premessa che la disabilità non esclude la sessualità il passo successivo è, o dovrebbe essere, quello di domandarsi: possono i disabili confrontarsi con la loro sessualità? Nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU ha pubblicato un documento nel quale veniva riconosciuto a tutti i portatori di handicap, sia fisico che mentale, il diritto di fare esperienza della propria sessualità. Questo dovrebbe fornirci la chiave di lettura esatta: quando l’ONU si premura di affermare i diritti di qualcuno è perché quei diritti sono, nei fatti, negati. Sono negati perché i genitori sono portati ad infantilizzare il figlio/a disabile, sono negati perché è negato o estremamente difficoltoso per il/la disabile l’accesso a quei luoghi dove i giovani si sperimentano, sono negati ai disabili istituzionalizzati per la difficoltà del personale di confrontarsi con esigenze cariche di problematiche complesse, ma è anche la forma mentis di una società che, nonostante una patina di “liberalità”, ha ancora una difficoltà di fondo ad accettare una sessualità svincolata dalla riproduttività o legalizzata nel matrimonio. Insomma, il sesso ludico suscita sospetti o goliardiche derisioni e, nel migliore dei casi, viene liquidato con una battuta sdrammatizzante. Prima di andare avanti vorrei ricordare che l’handicap non si limita agli esempi cinematografici che vi ho proposto, il caso della paraplegia è solo un tipo di handicap e, forse, il meno –invalidante- altri handicap impediscono in modo più severo il relazionarsi con il mondo: spastico, tetraplegico, sindrome di Down, deficit fisico, psichico, intellettivo questi ed altre sono le prigioni dove molti sono costretti a vivere. In Olanda, paese notoriamente incivile e insensibile, esiste una “Fondazione per i rapporti alternativi” che procura incontri sessuali ai portatori di handicap. E in Italia? In Italia le cose vanno diversamente. Il – suggerimento - dell’ONU è stato accolto da uno scetticismo generale: “Sesso a tutti i costi? Probabilmente il diritto che l’ONU voleva garantire non era quello di “fare sesso”, semmai quello più fondamentale di avere un rapporto con una persona che si ama e dalla quale si è corrisposti. Questo è un obiettivo per tutti, non solo per i disabili ( SEMPRE – Mensile dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII).
Le ali, le ali a tutti i costi! Mentre l’ONU si preoccupa di affermare il diritto alla sessualità (nei limiti che l’handicap consente) altri si preoccupano di obbligare il portatore di handicap a riconoscersi in un rapporto finalizzato che, detto in poche e crude parole, vuol dire:” caro disabile, o ti rimetti le ali o ti rassegni all’astinenza”. Ma la sessualità dei disabili come viene “risolta”?- la letteratura in merito è copiosa e accessibile a chi desideri informarsi su un tema sconosciuto ai non addetti. Ecco un esempio: “19 anni, spastico grave, frequenta la scuola superiore. Da qualche tempo, dice la madre, la vita in casa è diventata difficilissima. Lui le confida la sua attrazione per le ragazze, la rabbia per non riuscire ad instaurare una relazione come i suoi coetanei. La rabbia di non riuscire nemmeno a masturbarsi. La madre allora qualche volta lo aiuta. Da un lato vive questo gesto come l’estremo sacrificio di donazione per il figlio, dall’altro è lacerata dal senso di colpa per un atto incestuoso e contrario ai suoi principi.” Se la – soluzione - olandese fa storcere il naso ai propugnatori del “niente sesso senza amore” vorrei sapere come reagiscono i loro sensibilissimi nasi di fronte alla – soluzione italiana -. Non mi meraviglierei se i nasi si comportassero come le coscienze double face: da una parte sempre pronte a gridare allo scandalo e dall’altra sempre disposte al silenzio dell’ipocrisia.

Il Calibano

Riporto questo brano perchè supporta il libro in pubblicazione di Bruno Tescari "Il Kamasabile".
Trovate la pubblicazione nella mia rubrica "libri".




10 giugno 2007

LASCIATEMI MORIRE

Piergiorgio Welby
Lasciatemi morire
Rizzoli 2006, pp. 146 € 9,00

Recensione del Prof. Eduardo Melfi
Catania, 1° dicembre 2007
http://www.radioradicale.it/scheda/241605/lasciatemi-morire

I proventi vanno all'Associazione Luca Coscioni

Recensione di Chiara Lalli

È il 1963 e un gesto scomposto è il primo sintomo della distrofia muscolare progressiva. La diagnosi lascia un angusto margine di futuro: un paio d’anni. Welby non ne ha nemmeno venti. Il pronostico si rivela sbagliato, tuttavia l’esito non è a lieto fine come nelle favole. Nessuna bacchetta magica, ma un lento incalzare della malattia: la sedia a rotelle, l’insufficienza respiratoria, il coma. È il 1997 quando Welby viene rianimato e tracheostomizzato. Respira, si alimenta e parla tramite macchinari.

Questo è il “percorso inverso” di Piergiorgio Welby: “gattonare, muovere i primi passi, camminare correre…”. All’incontrario, fino alla quasi totale immobilità corporea e linguistica. Ma non cerebrale, perché Welby ha una mente lucida e brillante. Dolorosamente in grado di percepire e di “vivere” il suo naufragio. E di chiedere che possa avere termine. “Rivoglio la mia morte, niente di più, niente di meno!”.

Il suo libro è una analisi degli orrori di una malattia e degli orrori di una atroce violazione di una libertà. È la denuncia di una condanna a vivere (“morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”) e di tutti i luoghi comuni che gravano sull’eutanasia. Il suo libro è la richiesta di un dibattito parlamentare e politico che prenda sul serio la questione della regolamentazione delle decisioni di fine vita. Nella lettera che ha scritto a Giorgio Napolitano, Welby precisa che il suo intento non è quello di chiedere una morte dignitosa. “Non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte. La morte non può essere «dignitosa»; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili o inguaribili”.

La morte può essere opportuna, un rifugio per chi è sopraffatto dal dolore. Un estremo rimedio, perché nessun malato è “a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire”. Ma “tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più avanti nel tempo”.

E quella morte opportuna Welby la vorrebbe alla luce del sole. La sua è anche una denuncia contro la clandestinità di un fenomeno negato dai molti “slalomisti provetti”, che si voltano dall’altra parte e fingono di non sapere che l’eutanasia esiste, relegata nelle stanze d’ospedale e nelle coscienze già oppresse dall’umiliazione e dalla sofferenza.

L’aspetto più sorprendente è l’ironia. Welby ci prende per mano e ci conduce lungo una strada dissestata e spaventosa, eppure di frequente è capace di suscitare un sorriso. Un sorriso amaro. Perché Welby chiede di morire, e perché con chirurgica precisione elenca le ipocrisie, l’immobilità, le banali frasi fatte di quanti pretendono di avere in tasca soluzioni e risposte. Soluzioni inesistenti e risposte vigliacche. Perché l’unica soluzione possibile risiede nella libertà individuale e l’unica risposta nei nostri desideri.

Welby strappa la palandrana perbenista e ipocrita raccontando la sua storia, le sue giornate, i buchi e i tubi e il dolore onnipresente. Il rumore del ventilatore polmonare (“quell’ansare rauco da bestia ferita”) o la voce metallica e impersonale del sintetizzatore vocale, che ha preso il posto nei pensieri e nelle letture della voce originaria di Welby. Welby scherza: “sto diventando un essere bionico! Quando morirò invece che al cimitero mi porteranno a un’autodemolizione!”.

E sposta l’onere della prova su quanti si schermiscono o condannano l’eutanasia in nome di una sacralità della vita, perché “non esiste alcun valido motivo per costringere una persona a prolungare una sofferenza che reputa inutile e disumana”. Al posto della nostra libertà, “il presente ci regala uno Stato mammo-mediterraneo, uno Stato sovrappeso con i capelli neri e unti, le tette grandi, i fianchi strabordanti, le mani grassocce e sudaticce”.
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http://www.galileonet.it/recensioni/7469/per-una-vita-decorosa





23 febbraio 2007

Roma. Consigliere delegato sindaco: Ileana Argentin

legge su eutanasia entro 2008 o entro in sciopero della fame

 

 

22 Febbraio 2007

 

Unico il tema, quello della liberta' di scelta individuale e unici il punto di vista e la prospettiva, quelli del mondo dell'handicap. Politici, medici, giuristi, ma soprattutto rappresentanti del mondo dell'associazionismo disabile si sono incontrati nella sala della Piccola Protomoteca in Campidoglio per parlare di eutanasia. Ad aprire i lavori della tavola rotonda "Handicap: diritto di scelta dalla nascita alla morte", c'e' il consigliere delegato del sindaco per le Politiche dell'Handicap e salute mentale Ileana Argentin, promotrice dell'incontro: "Fino a questo momento sono stati ascoltati i medici, i politici e i casi emblematici ma ci sono anche le associazioni. Non si puo' negare che esista tale sistema e non si puo' prescindere dal dargli una voce. Con questo incontro rivendichiamo la priorita' dell'ascolto e l'importanza di essere parte di una concertazione politica: non possiamo accettare scelte calate dall'alto". È con forza che Argentin ribadisce l'importanza della liberta' di scelta: "Noi con problemi di disabilita' siamo felici di esserci, ma non vorremmo lasciare questa scelta ad altri. Se entro il primo gennaio del 2008, non sara' approvata nessuna delle proposte di legge avanzate in tema di eutanasia, faro' lo sciopero della fame". Dell'importanza di "informare i cittadini", invece, parla Rita Bernardini, segretario dei Radicali Italiani. Secondo l'esponente della Rosa nel Pugno, inoltre, "e' impensabile che uno stato possa permettersi di imporre restrizioni su temi come la fecondazione assistita. È indubbio che in Italia c'e' un condizionamento non della chiesa ma delle gerarchie vaticane che intendono controllare la vita di tutti gli italiani imponendo leggi, anzi pretendendo quasi di dettarle"
"Diritto di vivere e liberta' di morire": gira intorno a questi concetti, invece, il discorso di Don Vinicio Albanese. Secondo il presidente della Comunita' Capodarco, infatti, "non e' necessario insistere sul diritto di morire perche' credo ci sia una liberta' di morire, senza selezioni di razza e debolezza". Marco Cappato, presidente dell'associazione Luca Coscioni, poi, si sofferma sul rapporto tra disabilita' e eutanasia e sulla necessita' di avere regole precise che regolamentino tali questioni: "Credo che le persone con disabilita' siano piu' deboli perche' soggette a due tipi di violenze, a monte e a valle della liberta' di scelta: la soppressione della vita e l'imposizione di terapie contro la propria volonta'. Ecco perche' ritengo che delle regole sia necessarie per poter distinguere un atto d'amore da uno di violenza". Secondo Cappato, anzi, una regolamentazione "puo' ridurre i rischi di soppressione di persone ammalate, piu' alti in regimi di clandestinita'. Non c'e' contraddizione tra il rispetto delle scelte di fine vita e quello di scelte di vita perche' anche la morte e' un processo".
Dopo aver discusso del caso di Giovanni Nuvoli, malato di Sla e da un anno in terapia intensiva col diritto a un'ora al giorno di visite, ma anche di "quanto sia piu' faticoso per le persone ammalate far valere la propria volonta'", Cappato parla dell'indagine conoscitiva sull'eutanasia che ha come primo firmatario Piergiorgio Welby: "spero che quest'indagine sulle morti all'italiana- conclude- possa essere ripresa dal Parlamento: sapere di piu' come si muore nel nostro Paese puo' servire per fare nuove regole".

da aduc vivere&morire




29 luglio 2005

Amor sacro o amor profano?


Il problema dei "servizi di assistenza sessuale" è da tempo dibattuto ed esistono in Europa organizzazioni di questo genere già a partire dai primi anni Ottanta. Si tratta di associazioni come la SAR (Associazione per Relazioni Alternative) nei Paesi Bassi, il SENIS in Germania e altre simili, attive nei paesi scandinavi, che offrono, per i disabili dei due sessi, compresi gli omosessuali, prestazioni sessuali e/o di "tenerezza", dietro remunerazione, da parte di assistenti formati appositamente, che si recano al domicilio o negli Istituti. In Olanda, in certi casi, i servizi di questi assistenti sessuali vengono persino rimborsati dall'Ente per la Sicurezza Sociale.

Gli angeli sono stati, e continuano ad essere sull’onda fatua della New Age, una palestra per i più arditi esercizi speculativi. Dalle suddivisioni di un neoplatonico del V secolo, Pseudo Dionigi l'Areopagita, alle dispute medievali sul loro sesso. Come sempre accade, quando c’è di mezzo il sesso o la sessualità, la diatriba trovò subito un punto su cui convergere: gli angeli non hanno sesso e, conseguentemente, nemmeno una sessualità. Tagliati gli attributi a queste evanescenti creature venute dalla Persia zoroastriana, i teologi ed i filosofi li relegarono in un dimenticatoio da dove venivano riesumati e portati a fare due passi solo dai pittori che ne fecero dei –tappabuchi- per superare quell’horror vacui che la tela incute. Stessa sorte è toccata agli handicappati,  disabili, diversabili…fate voi, sceglietevi il termine che vi sia più gradito ma non dimenticate che, comunque vogliate definirli, sono e resteranno persone le cui potenzialità possono essere annullate dalle difficoltà che un mondo fatto a misura di normodotato crea. L’handicappato nella filmografia appare raramente, come nella realtà, e quando appare un plaid sulle ginocchia fa da pietra tombale ad ogni velleità erotica. Le cose potrebbero andare avanti per  secula seculorum ma Hollywood getta il classico sasso nello stagno dell’ipocrisia. Il sasso si chiama “Uomini (Battle Stripe)” scritto da C. Foreman, regista Zinneman, interpretato da Marlon Brando. È il 1954 e il realismo con cui sono descritte le difficoltà di un reduce di guerra paraplegico che cerca di riadattarsi alla vita colpiscono il pubblico come un pugno nello stomaco. Ma ancora più sconvolgente fu il prendere coscienza della sessualità di un disabile, naturalmente si tratta di una sessualità -addolcita- dall’amore e dal matrimonio ma è indiscutibilmente un passo avanti. Concessa ai reduci una sessualità –per meriti di guerra-  sembra che gli invalidi civili debbano continuare nella loro angelica esistenza ma…il regista irlandese J. Sheridan prende in prestito dalla realtà la storia di Christy Brown, paraplegico dalla nascita, e ne fa “Il mio piede sinistro”. Privato delle ali, l’handicappato-angelo si mostra per quel che è: una umanissima e desiderante creatura alla quale non mancano le domande ma solo le risposte. Sistemati reduci e invalidi civili restano nella piccionaia angelica del dimenticatoio -le- disabili.   Le femministe di una volta tirerebbero in ballo la fallocrazia e la società maschilista…certo che se la sessualità femminile è stata spesso guardata con sospetto, la sessualità di una disabile viene scotomizzata senza tanti complimenti.  “Perdiamoci di vista” di Carlo Verdone è un film comico ma ha l’indubbio merito di dare spessore e realtà alla figura di una paraplegica, Asia Argento, e alle paure di un normodotato, Carlo Verdone, che si sente sessualmente attratto da lei. Se il corpo della donna è “un pianeta poco esplorato” il corpo di una disabile è “un pianeta sconosciuto”. Ho voluto –usare- la finzione cinematografica per avvicinarmi al problema della sessualità dei disabili perché l’identificazione con i personaggi di –celluloide- è molto più facile dell’identificazione con il disabile della porta accanto. Una volta accettata la premessa che la disabilità non esclude la sessualità il passo successivo è, o dovrebbe essere, quello di domandarsi: possono i disabili confrontarsi con la loro  sessualità?  Nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU ha pubblicato un documento nel quale veniva riconosciuto a tutti i portatori di handicap, sia fisico che mentale, il diritto di fare esperienza della propria sessualità. Questo dovrebbe fornirci la chiave di lettura esatta: quando l’ONU si premura di affermare i diritti di qualcuno è perché quei diritti sono, nei fatti, negati. Sono  negati perché i genitori sono portati ad infantilizzare il figlio/a disabile, sono negati perché è negato o estremamente difficoltoso per il/la disabile l’accesso a quei luoghi dove i giovani si sperimentano, sono negati ai disabili istituzionalizzati per la difficoltà del personale di confrontarsi con esigenze cariche di problematiche complesse, ma è anche la forma mentis di una società che, nonostante una patina di “liberalità”, ha ancora una difficoltà di fondo ad accettare una sessualità svincolata dalla riproduttività o legalizzata nel matrimonio. Insomma, il sesso ludico suscita sospetti o goliardiche derisioni e, nel migliore dei casi, viene liquidato con una battuta sdrammatizzante. Prima di andare avanti vorrei ricordare che l’handicap non si limita agli esempi cinematografici che vi ho proposto, il caso della paraplegia è solo un tipo di handicap e, forse, il meno –invalidante- altri handicap impediscono in modo più severo il relazionarsi con il mondo:  spastico, tetraplegico, sindrome di Down, deficit fisico, psichico, intellettivo questi ed altre sono le prigioni dove molti sono costretti a vivere. In Olanda, paese notoriamente incivile e insensibile, esiste una “Fondazione per i rapporti alternativi” che procura incontri sessuali ai portatori di handicap. E in Italia? In Italia le cose vanno diversamente. Il –suggerimento- dell’ONU è stato accolto da uno scetticismo generale: “Sesso a tutti i costi? Probabilmente il diritto che l’ONU voleva garantire non era quello di “fare sesso”, semmai quello più fondamentale di avere un rapporto con una persona che si ama e dalla quale si è corrisposti. Questo è un obiettivo per tutti, non solo per i disabili” ( SEMPRE – Mensile dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII). Le ali, le ali a tutti i costi! Mentre l’ONU si preoccupa di affermare il diritto alla sessualità (nei limiti che l’handicap consente) altri si preoccupano di obbligare il portatore di handicap a riconoscersi in un rapporto finalizzato che, detto in poche e crude parole, vuol dire:” caro disabile, o ti rimetti le ali o ti rassegni all’astinenza”. Ma la sessualità dei disabili come viene -risolta?- la letteratura in merito è copiosa e accessibile a chi desideri informarsi su un tema sconosciuto ai non addetti. Ecco un esempio: “19 anni, spastico grave, frequenta la scuola superiore. Da qualche tempo, dice la madre, la vita in casa è diventata difficilissima. Lui le confida la sua attrazione per le ragazze, la rabbia per non riuscire ad instaurare una relazione come i suoi coetanei. La rabbia di non riuscire nemmeno a masturbarsi. La madre allora qualche volta lo aiuta. Da un lato vive questo gesto come l’estremo sacrificio di donazione per il figlio, dall’altro è lacerata dal senso di colpa per un atto incestuoso e contrario ai suoi principi.” Se la –soluzione- olandese fa storcere il naso ai propugnatori del “niente sesso senza amore” vorrei sapere come reagiscono i loro sensibilissimi nasi di fronte  alla –soluzione italiana-. Non mi meraviglierei se i nasi si comportassero come le coscienze double face: da una parte sempre pronte a gridare allo scandalo e dall’altra sempre disposte al silenzio dell’ipocrisia.

 

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