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Io amo la vita: la storia di Piero e Mina Welby - trailer

 

      

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L'onore dipende spesso
dall'ora che segna l'orologio.
Guillaume Apollinaire
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Calibano: la terra, il fango,
le viscere, la passione cieca,
l'incognito, il caos, la paura,
il talento primordiale, virile,
erotico che spesso vibra di febbre
e non ha bisogno di luce né di parola.
La carne, l'anima, lo spirito insieme
in un ultimo viaggio; prima della
separazione, della libertà di scegliere
un nuovo luogo, un nuovo corpo da
,o dove addormentarsi, come
dice Ariel, sotto un fiore



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Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

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8 gennaio 2016

IMPARARE AD ESSERE LIBERI

A essere libera ho imparato da piccola, a otto anni. Andreas, un giovane soldato SS era tornato a casa paraplegico per una pallottola che gli aveva leso la colonna vertebrale. Nei tempi delle paure avevo imparato a origliare quello che dicevano i grandi. Ma volevo accertarmi di persona e volevo vedere Andreas. Ero fortunata, perchè quando venne la buona stagione, tutti i giorni la mamma con i fratelli di Andreas lo protarono nel giardino della loro casa, e dovevano passare proprio sotto casa mia. Avevo sentito raccontare che il comune gli pagava la camera nell'ospedale, dove si era attrezzato con un piccolo laboratorio per riparazioni di orologi e catenine. "Ciao, Andreas, ho raccolto queste margherite per te." "Grazie, piccola, come ti chiami? ci vediamo, ciao." La sua mamma mi sembrava non contenta che mi ero avvicinata e quasi una kapò, quelle guardie dei lager, di cui avevo sentito parlare i grandi. Parlai con la mia mamma e le chiesi tante cose su Andreas e perchè non potesse camminare e perchè la sua mamma era così seria e scostante. Chiesi perchè il nostro papà ancora non tornasse dalla Jugoslavia. Mamma mi spiegò con parole molto semplici che la vita era fatta così. Che gli uomini cattivi avevano fatto la guerra e che tanti erano morti e quelli feriti come Andreas dovevano essere aiutati, che anche le malattie erano una cosa naturale e anche morire lo fosse. Il mio papà non tornò dalla prigionìa ma vi morì di dissenteria.
Un giorno mi si spezzò la catenina d'argento che mi era stata regalata per la prima communione. Ero quasi felice. Un espediente per andare da Andreas. "Mamma, vado da Andreas a farmela riparare. Gli posso portare la mia cioccolata che mi hai regalato?" "Certamente è tua e chiedigli anche quanto devi pagare la riparazione." "Sì, sì i soldi li prendo dal mio porcellino." "Vabbene, ciao e non essere noiosa con Andreas!"
"Buon giorno, Andreas, per favore mi aggiusti la mia catenina che si è rotta." "Ciao, piccola. Certamente, finisco a chiudere questo orologio e ti aggiusto la tua catenina." "Posso guardare come lavori?" "Certo, siediti qui accanto al tavolo." Aveva una lente su un occhio per vedere bene i piccoli meccanismi dell'orologio che stava per assemblare con una pinzetta appuntita, in quelle mani magrissime. Mentre lavorava mi spiegava quello che faceva. In un attimo di silenzio feci io delle domande che da tanto gli avrei voluto fare, sul perchè non potesse più camminare. Mi raccontò della guerra del momento in cui fu ferito, dei suoi commilitoni che lo avevano soccorso e infilava anche degli aneddoti per farmi ridere.
Così ho imparato che si può essere liberi anche imprigionati in un corpo immobile. Ora che il mio asinello comincia a zoppicare cerco di metterlo in pratica


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permalink | inviato da Mina vagante il 8/1/2016 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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