.
Annunci online

  Calibano [ TERMOVALORIZZATORE DI FOSSILI ONIRICI ]
         

   

                GLI EDITORIALI

       DEL CALIBANO

   (PIERGIORGIO WELBY)

Io amo la vita: la storia di Piero e Mina Welby - trailer

 

      

http://www.ibs.it/code/9788876153372/welby-piergiorgio

-lioce/ocean-terminal.html  - 15%

in e-book a € 7.49

Un vero regalo di Natale!  

               

 http://www.desistenzaterapeutica.it/


 

Welby Un atto di giustizia
Riccio Disinformazione medica e

vigliaccheria politica

  http://testamentobiologico.
ilcannocchiale.it/?r=151504

Riproduci   vivavoce230708
 

            

                  
       Radical italiani
     www.ignaziomarino.it

Il grande fratello 
dei falchi pellegrini e non solo


 

Album di Aria e Vento 2007


Vestivamo alla
marinara 2006
(copyright by Welby)

       
   
Sostieni il progetto di AMREF in SUD SUDAN
con AGIRE per l'AFRICA »      





un sorriso
contro la violenza

azione blog iniziata da
Galatea


L'onore dipende spesso
dall'ora che segna l'orologio.
Guillaume Apollinaire
------------------------------------


Calibano: la terra, il fango,
le viscere, la passione cieca,
l'incognito, il caos, la paura,
il talento primordiale, virile,
erotico che spesso vibra di febbre
e non ha bisogno di luce né di parola.
La carne, l'anima, lo spirito insieme
in un ultimo viaggio; prima della
separazione, della libertà di scegliere
un nuovo luogo, un nuovo corpo da
,o dove addormentarsi, come
dice Ariel, sotto un fiore



-------------------------------------
 
IL MARATONETA
  LUCA COSCIONI
    scarica il libro
-------------------------------------
http://www.radio.rai.it/radio
3/lastoriaingiallo/archivio_
2007/audio/storia_giallo2007
_09_22.ram



Audiolibri per nonvedenti

e ipovedenti
http://www.libroparlatolions.it/




Medici Senza Frontiere
               
                
  
       Un momento del V-Day 2007 a Bologna

       "Amore civile" - Nuove forme 
     di convivenza e relazioni affettive


logo EDF / logo FEPH
 

 

         HandyLex
        Superando.it 

        

         

emergenza kenya
      


      
Cristo! come eravamo ridicoli
io e il Nuvola mentre seguivamo
il furgone mortuario del Comune
…ti saresti divertita, cazzo!…
noi sulla circonvallazione
a cambiare la candela sporca
e la tua bara grigio topo gettata
nel cimitero di Prima Porta
…ti saresti divertita, cazzo! …
così come ti divertivi da sballo
a fare l’autostop sulla Colombo
per rubare una giornata alla
disperazione
e sbatterla sulla spiaggia di
Capocotta….
…io e te…confusi tra gli altri
che lanciavano la loro allegria
sugli asciugamani colorati della
fantasia
…io e te…la sera nel vagone
del treno…
ad assaporarci il sale sulle labbra,
a scandalizzare quelle facce
di cartapesta imbolsite dal sopore,
…io e te…ad inventare equilibrismi
sulla corda tesa del pudore ma…
con la mente già chiusi in
quella stanza.
Che assurdità quel grattacielo
di morti murati dietro quei marmi
di fiori appassiti e nomi dimenticati.
Ti lasciammo tra i crisantemi gialli
rubati ad un disgraziato tuo vicino
e l’odore di cera e fiori marciti…
andammo via tirando calci ad
una Pepsi
e cantando All along the watch
tower…
cantavamo forte per non piangere,
forse,
..io non ho pianto…ma,…
una volta tornato in quella stanza,
ho passato la notte alla finestra,
tutta la notte a guardare
il fumo leggero della Marlboro
che mi bruciava gli occhi
e lo scorrere lento dei vagoni.
(P. Welby, 

 

All Along The Watchtower 
dalla raccolta -Natiche Sadiche-)

 

Registra il tuo sito nei motori di ricerca

 

 

 

 


19 marzo 2007

Il giudice, la legge e i diritti di Welby

 da La Repubblica del 19 marzo 2007, pag. 1

di Gustavo Zagrebelsky

La vicenda di Piergiorgio Welby è conclusa sul pia­no umano. Non lo è su quello giuridico. La pronuncia del Tribunale di Roma è ancora sub indice e, soprattutto, po­trebbe diventare il modello di altre future pronunce in casi analoghi. Essa contiene un principio di diritto, al tempo stesso, molto importante e -per essere chiaro - del tutto inaccet­tabile, che avvilisce la nostra giustizia.

La struttura concettuale della decisione è tripartita. (1) Innan­zitutto, dopo aver richiamato norme della più diversa natura: internazionale, costituzionale, legislativa e deontologica, si afferma che il principio di autode­terminazione è da considerare ormai positivamente [cioè dal diritto vigente] acquisito e che esso comprende la facoltà di scegliere tra le diverse possibi­lità di trattamento medico, di eventualmente rifiutare la tera­pia e di decidere consapevol­mente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale. Ugualmente vigente - si aggiunge - è il divieto dell'accanimento terapeutico. (2) Tuttavia il diritto di autodeterminazione e il divieto di accani­mento, pur "positivamente ac­quisiti", sono disciplinati in mo­do insufficiente e contraddittorio. Insufficiente, perché la leg­ge non prevede alcuna discipli­na specifica del rapporto medico-paziente nelle fasi ter­minali della vita, non distinguendo tra comportamenti commissivi (interrompere un trattamento attuale) e omissivi (non praticare un trattamento possibile), non definendo il contenuto di concetti rilevanti, come la dignità umana e le con­dizioni che degradano l'essere umano da soggetto a oggetto, la futilità, l'inutilità o la spropor­zione dei trattamenti, l'insostenibilità della sofferenza, ecc.

Contraddittorio, perché l'ordinamento giuridico, che pur preve­de il diritto di autodeterminazione e il divieto d'accanimen­to terapeutico, è ispirato, nel suo complesso, al principio di indisponibilità della vita, co­me risulta da norme del codice civile, del codice penale e della deontologia medica. (3) Data la carenza e la contraddizione delle norme, il diritto di richie­dere l'interruzione del tratta­mento, che pur è riconosciuto dall'ordinamento, è un diritto non concretamente tutelato. Esso lo sarà solo quando il legi­slatore sarà intervenuto a por­re una disciplina positiva, sufficientemente precisa e coe­rente; in mancanza, il giudice deve astenersi dal giudicare. Il ricorso di Piergiorgio Welby, così, non è stato né accolto né respinto: è stato dichiarato "inammissibile".

L'impressione che si ricava è di una stridente, irridente con­traddizione. Come? Prima, mi dici che ho un diritto, in astratto, ma che, in concreto, non l'ho più! Se non l'ho in concre­to, che cosa significa ricono­scermelo in astratto? Mi stai forse prendendo in giro? È il momento di simili giochi di prestigio? Questo modo di ar­gomentare - con tutto il rispet­to dovuto a una decisione non certo facile - non accresce il ri­spetto dei cittadini nei con­fronti della giustizia. Rappre­senta ciò che i giuristi chiama­no "denegata giustizia": il di­ritto c'è, ma io, giudice al quale ti sei rivolto, mi rifiuto di darti il provvedimento che lo proteg­ge. Si può discutere se sia fon­data, in tutta la sua ampiezza, l'affermazione indicata al numero (1), quanto al principio di autodeterminazione; ma non si può dire, una volta ricono­sciutolo: il diritto costituziona­le è "effettivo e tute­lato " solo se e quan­do il legislatore ab­bia emanato norme di attuazione. Ciò, in concreto, signifi­ca subordinare la Costituzione alla legge, proprio come si cercava di fare con la vecchia e su­perata dottrina del­le norme costitu­zionali solo "pro­grammatiche"; una dottrina con la qua­le, nei primi anni dopo l'entrata in vigore della Costitu­zione, si era tentato di "congelare" gran parte delle sue di­sposizioni princi­pali, subordinan­dole al beneplacito del legislatore. Og­gi, vale il principio opposto, sancito dall'art. 24 della Co­stituzione e ribadi­to numerose volte dalla Corte costitu­zionale: se un dirit­to c'è (e tanto più se è previsto dalla Costituzione) non può mancare un giudice davanti al quale far­lo valere.

Si può capire la difficoltà dei nostri giudici, abituati a giudi­care applicando regole precise (quelle che il Tribunale di Ro­ma chiede al legislatore) e non avvezzi a giudicare secondo principi di portata generale (come quello di autodeterminazione). Ma è proprio questo il compito cui essi sono chiamati nel nostro momento storico, quando il diritto — in primo luogo, il diritto più elevato: il diritto costituzionale — si esprime attraverso norme di principio e, in questa forma, sono proclamati i diritti fondamentali. Giudicare secondo principi non è la stessa cosa che giudicare secondo regole. Secondo regole, il giudice può trincerarsi dietro una funzione meccanica, di semplice "bocca della legge", la celebre formula di Montesquieu; giudicare secondo principi è cosa molto diversa. Significa stabilire un contatto immediato e concreto con i casi da giudicare. Il criterio di decisione scaturisce così nel rapporto principio-caso e non è mediato dalla regola legislativa. Il compito del giudice si arricchisce di responsabilità e diventa terribilmente difficile. Ma non è una buona ragione per non giudicare.

Possiamo auspicare che il legislatore ponga regole per precisare i principi, e così alleggerire il compito dei giudici. Ma si deve riconoscere che, in settori come il nostro, i principi sono insostituibili. Come si può pensare che la legge "faccia chiarezza e definisca" (questo il Tribunale chiede) concetti come futilità e sproporzione dei trattamenti, dolore insostenibile, "qualità della vita'' intollerabile, degradazione della persona da soggetto a oggetto? È un compito impossibile, in generale e in astratto, cioè per legge. È perfino grottesco pretenderlo. È invece possibile, oltre che necessario, in concreto, a contatto con l'irriducibile varietà delle situazioni. Ed è qui che il giudice incontra la sfida alle sue responsabilità.

Per chiarire che cosa significa giudicare per principi e non sottrarsi alle responsabilità,ecco come ha deciso la Corte d'Appello del Regno Unito inun caso che coinvolgeva analoghi problemi. È una pronuncia del 9 dicembre 1992, riguardante un certo Anthony Bland che, per lo schiacciamento dei polmoni, aveva subito una sofferenza cerebrale con danni irreversibili e da tre anni e mezzo era totalmente privo di reazioni nervose (Martin Roth, Euthanasia and related ethical issues in dementias of later life with special reference to Alzheimer's disease, in «British Medical Bulletin», vol. 52, n. 2, aprile 1996, p. 268 ss.). La Corte d'Appello stabilì che l'équipemedica avrebbe agito conformemente al diritto sospendendo i trattamenti artificiali che tenevano in vita il paziente, in presenza di un giudizio medico unanime circa l'irreversibilità delle sue condizioni: «Le scelte giuridiche devono rassicurare la gente sul pieno rispetto della vita che grava sulle Corti come obbligo, ma non fino al punto in cui diventi privo di reale contenuto e quando ciò coinvolge il sacrificio di altri importanti valori co­me la dignità umana e la libertà di scelta. Tali assicurazioni possono essere fornite da una decisione, adeguatamente motivata, che permetta a Anthony Bland di morire. Ciò non significa ch'egli può morire perché la Corte pensa che la sua vita "non è degna di essere vissuta". Non è questa la questione. La dura realtà è che egli non sta affatto vivendo una vi­ta. Nessuna delle cose che si possono dire su come noi viviamo la nostra vita - sani o ammalati, con coraggio o forza d'animo, serenamente o tristemente - hanno alcun significato per lui. Ciò rappresenta una differenza qualitativa rispetto al caso di persona gravemente handicappata ma vigile. E’ assurdo evocare lo spettro dell'eugenetica come motivo contrario alla decisione in questo caso». La Corte affronta poi la questione delle modalità della morte e la distinzione tra far e lasciar morire, distinzione cruciale anche nel caso Welby:non sarebbe più umano praticare un'iniezione letale, piuttosto che attendere la morte per un'infezione o per mancanza di nutrimento? «Secondo le nostre istintive intuizioni, molti di noi sono sgomenti di eventualità che gli sia fatta un iniezione letale. Questo è connesso con la convinzione che la santità della vita ne implica l’inviolabilità da parte di estranei. Salve eccezioni come la legittima difesa, la vita umana è inviolabile perfino se la persona in questione consente alla suua violazione. Ciò spiega perchè, sebbene il suicidio non sia un crimine, lo è l’assistenza a chi vuol suicidarsi. […] Il principio di inviolabilità spiega perchè, sebbene noi accettiamo che in certi casi sia giusto permettere a un uomo di morire, crediamo senza riserve che nessuno può introdurre nella vita altrui un azione esterna con l’intenzione di causare la morte. Qusta distinzione non si fonda sul fatto che si tratti di un’azione o di un omissione. La distinzione è tra un’azione o un omissione che permette a una causa di produrre i suoi effetti e l’introduzione di un agente esterno che causa la morte. Uccidere o lasciar morire è la distinzione accettabile».

Questa citazione non è perché questi argomenti siano indiscutibili, ma è solo per mostrare come si argomenta per principi, ciò che, nel caso Welby, non è stato fatto. Si dirà: ma il nostro non è un ordinamento di common law. Da noi, i diritti sono diritti legislativi (ciò che, implicitamente, ha detto il Tribunale di Roma), mentre il common law riconosce diritti prelegislativi, beni giuridici nati dal diritto natu­rale o nella tradizione giuridi­ca. Questo è vero. Ma, da quan­do sono vigenti costituzioni che statuiscono diritti indi­pendenti dalla legge - ciò che chiamiamo "Stato costituzio­nale" -, la condizione pratica in cui si trovano i giudici non è diversa: là e qua essi hanno a che fare con i diritti che, qua­lunque ne sia l'origine (il dirit­to naturale, la tradi­zione, laCostituzione), esistono da pri­ma che il legislatore li determini per mezzo di regole. Sotto questo aspet­to, c'è un'inevitabi­le convergenza tra ordinamenti pur un tempo assai lonta­ni, quanto a ruolo della legge e a com­pito dei giudici.

La motivazione della decisione sul caso Welby, infine, mette in luce un'al­tra difficoltà in cui essa si è impigliata: la contraddizione tra il diritto di auto­determinazione e il generale orientamento della legge all'indisponibilità della vita. Il giudice l'ha risolta astenen­dosi dal giudicare e invitando il legisla­tore a intervenire per contemperare i due principi. Ma, se la constatazione è fondata e il giudice non sa risolverla da sé; se cioè un diritto costituzionale si tro­va in irrimediabile contraddi­zione con altre parti dell'ordi­namento giuridico, la via non è astenersi dal giudicare, ma proporre la questione alla Cor­te costituzionale, il "giudice naturale" cui spetta assicurare la coerenza del diritto, sotto la supremazia della Costituzio­ne.

Da qualunque parte questa vicenda si guardi - compiti dei giudici e valore della Costitu­zione - si ha da essere delusi, e la delusione aumenta quando si consideri la diversa situazio­ne che esiste in altri Paesi, dove il ricorso ai giudici per la tutela dei diritti ha un grado di effica­cia ben maggiore di quello che il nostro ordinamento giudi­ziario ha saputo finora offrire nel caso di Piergiorgio Welby.




permalink | inviato da il 19/3/2007 alle 14:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (47) | Versione per la stampa


sfoglia     febbraio        aprile
 


Ultime cose
Il mio profilo



PORTE CHIUSE
ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI
RADIO RADICALE
COSTITUZIONE REP.ITALIANA
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
DIRITTI FONDAMENTALI EU
CONVENZIONE DI OVIEDO
STATUTO DI ROMA CORTE PENALE INTERNAZIONALE
CONVENZIONE ONU DISABILI E LEGGE DI RATIFICA
NUOVI AUTORI
EMMA BONINO
MARIA ANTONIETTA
RADICALI CATANIA
ANTONIO VIGILANTE
LUCA PULINO
DIRITTO
QUADERNI RADICALI
LEGGE 40
NON C'E' PACE SENZA GIUSTIZIA
NESSUNO TOCCHI CAINO
DARFUR
CHIARA LALLI
ANDREA
LIBERALETTURA
malvino
Miss Welby
UILDM
AAAAAPOESIA
METASIA
ISAAC-Comunicazione
Pubbliaccesso
SIAE
TEMPO-MEDICO
CITTADINANZA ATTIVA
TASTIERA VIRTUALE
SUTTORA
VALERIA MANIERI
VIVERE&MORIRE


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom