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Quel semplice articolo della nostra Costituzione

• da La Repubblica del 24 luglio 2007, pag. 1

di Adriano Sofri

Attenzione, perché le notizie sono tante. La prima: nessuno può essere obbligato a un determinato tratta­mento sanitario se non per disposizione di legge. E' di ieri, viene dalla giudice romana Zaira Secchi, è una bellissima notizia, e tut­tavia ammetterete che sarebbe stato mo­struoso il contrario: che qualcuno potesse essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, contro la sua volontà.

Per la seconda notizia bastano le virgolette: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario... ». E' del 1947, viene dal testo del­la Costituzione italiana, arti­colo 32. C'è qualcosa di sor­prendente, dite? C'è qualco­sa di sorprendente nella estenuante agonia di una persona che vuole far discu­tere dell'eutanasia, e per sé chiede solo lucidamente che si smettano cure inutili e tor­mentose, com'è suo diritto, e finalmente, con i suoi compagni di fede politica radica­le professata per anni, trova un medico disposto ad assi­sterlo: e quel suo elementare diritto, che gli siano sospese cure non più sopportate e ri­sparmiata la mortificazione estrema del dolore e dell'a­sfissia, viene negato, chia­mato abusivamente eutanasia - o, più alla svelta, omicidio. E la Chiesa romana, che scambia proprio lei un me­dico buon samaritano per un criminale, chiude la por­ta a una persona che ha tan­to sofferto, e mai fatto male al suo prossimo. E la magi­stratura dell'accusa (dell'ac­cusa) non trova luogo a procedere per un atto che ri­sponde alla legge e alla deontologia medica, e la stessa cosa dice l'associazione dei medici, e che non c'è stata eutanasia né omicidio, e dunque si è strepitato e in­fierito a vanvera. E un giudi­ce dell'indagine preliminare riapre quella ferita e chiede contro l'evidenza della legge e il sentimento di pietà dei concittadini l’imputazione coatta» (d'ora in poi bisogna allegare anche questa for­mula all'antologia dei gerghi che escono dai loro loculi per afferrarvi il collo). E una giu­dice dell'udienza prelimina­re decreta che ciò che è avvenuto ha rispettato per intero la nostra legge, le convenzio­ni internazionali che l'Italia riconosce (e a che punto è la ratifica di Oviedo?) e il dove­re del medico. Così torniamo alla notizia di ieri, e a quella - tale e quale - del 1947.

C'è un bambino, in un ro­manzo di Safran Foer, che riordina la storia come quei blocchetti di immagini che vanno sfogliati rapidamente per ottenere l'effetto dei mo­vimento, ma all'indietro: il corpo che cade da una Torre dell’11 settembre risale in­vece dal basso all'alto, fino a rientrare nell'edificio e ri­scattare l'orrore e il lutto, e Dresda e Hiroshima e tutto, fino a Eva che rimette la me­la sull'albero, l'albero rien­tra nella terra e diventa un seme, e Dio unisce la terra e l'acqua, il cielo e l'acqua, l'acqua e l'acqua, la sera e la mattina, qualcosa e niente, e dice: Sia la luce. E il buio fu. «E saremmo stati salvi». An­che i fotogrammi della no­stra piccola sequenza an­drebbero sfogliati daccapo, e si sarebbe salutato Pier Giorgio Welby con l'affetto e la riconoscenza che deside­rava e meritava, e le porte della chiesa si sarebbero aperte, e niente accanimen­to retorico e gip e gup e ulti­me notizie di cui rallegrarsi e rattristarsi di doversi rallegrare. Una golosità si è impa­dronita di persone sincera­mente persuase di difendere la verità e la vita, e di averne l'appalto esclusivo: sicché si acconciano a sostenere il te­stamento biologico per ban­dire anche la sola discussio­ne sull'eutanasia, e poi sbar­rano la strada al testamento biologico - cioè la scelta di sottrarsi all'accanimento te­rapeutico quando si fosse irreparabilmente privi di co­scienza - in nome della su­perfluità di una legge, e poi obiettano alla stessa Costi­tuzione in nome dell'esigen­za di una nonna interpreta­tiva o applicativa, e ripiega­no sulle cure palliative dopo averne sospettato un'ingra­titudine verso il dono della sofferenza: spostando ogni volta più in là la propria trin­cea. Che bocca grande che avete! Capace di fare un solo boccone dello stesso cate­chismo cattolico. Rileggia­mo quell'articolo 32, fra virgolette o no: vi sembra che abbia bisogno di un codicil­lo interpretativo, di un rego­lamento di applicazione? In questa zelante ingordigia, nel processo - a carico di Welby, stavo per dire, e così era - si è insinuato che la sua volontà non fosse stata abbastanza chiaramente espressa. In un uomo che da anni sul suo blog e nei suoi li­bri sosteneva valorosamen­te le sue ragioni: è tutto uno scherzo. Se si fosse accolta l'insinuazione, la signora Mina Welby, e il dottor Ric­cio, e laccolite dei radicali, sarebbero stati imputabili coatti di omicidio volontario aggravato, non di assistenza al suicidio del consenziente. E gli altri, la gran maggioran­za degli italiani, di fiancheg­giamento. Cardinal Martini compreso: vi ricordate le sue piane parole su Welby, «che con lucidità ha chiesto la so­spensione delle terapie... ». (Quanto alle cure palliative, Ignazio Marino spiega che nel Nord del Paese esistono circa 100 «hospice», alcuni davvero straordinariamente organizzati, e nel Sud non ar­rivano a 10).

Mentre la sentenza di cui è amaro doversi rallegrare ve­niva emessa, agonizzava ad Alghero un altro uomo che aveva espresso la sua lucida speranza, come quella di Welby. I notai si erano av­venturati a dichiarare non autenticabile la volontà pro­nunciata, da uno che può appena muovere le pupille, col sintetizzatore vocale. Un magistrato aveva decretato che ha pieno valore legale. Altri magistrati avevano mandato nella sua casa, al suo capezzale, le forze dell'ordine a sorvegliare i gesti del suo medico.

Abbiamo davanti una lun­ga strada, e drammatica, e spesso grottesca, prima di arrivare al 1947.

Pubblicato il 24/7/2007 alle 16.19 nella rubrica Diario.

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