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NATALE 58 ANNI FA

 NATALE 1949

E poi, come spesso si sogna di sognare, accumulando un sogno sull'altro, non potrebbe essere che questa metà della vita sia essa stessa un sogno su cui sono innestati gli altri, un sogno da cui ci risveglia la morte e durante il quale noi possediamo così poco i princìpi del vero e del bene quanto durante il sonno naturale? E i differenti pensieri che ci agitano non potrebbero forse essere illusioni simili allo scorrere del tempo, e ai vani fantasmi dei nostri sogni?
Pascal, Pensieri


Signora, ci siamo riusciti! Anche senza la "penicillina", possiamo dire di aver avuto ragione di quella brutta broncopolmonite. Il dottor De Cesaris, imponente e barbuto come un personaggio di una commedia ottocentesca, consegnò a mia madre il foglietto bianco della prescrizione, si sottrasse ai suoi troppo insistiti ringraziamenti e, indossato con difficoltà il cappotto grigio con il collo di pelliccia, sparì nel corridoio. Si scambiarono ancora qualche parola poi sentii lo schianto secco della porta che si chiudeva. Mi liberai delle coperte e saltando sul letto urlai forte: "Sono guarito! Sono guarito!". Mia madre entrò correndo e mi costrinse di nuovo sotto le coperte.
- Guarda come sei sudato! Non vorrai avere una ricaduta?
- Mamma che cos'è una ricaduta?
Senza rispondermi prese una bustina dal cassetto del comodino e versò una polvere giallastra in mezzo bicchiere d'acqua.
- Su bevi!
- Ma è cattiva! Puzza di vomito!
Con insolita dolcezza, asciugandomi la fronte e ravviandomi i capelli con le dita, mi spiegò che ero sì guarito ma dovevo stare "riguardato" per qualche giorno e prendere dei ricostituenti altrimenti….
Soltanto adesso mi rendevo conto di essere stato veramente male. Quando la febbre era salita oltre i trentotto mi avevano portato nel letto grande e mio padre si era trasferito nella mia cameretta.
La notte tossivo disperatamente e subito mia madre (credo che non abbia dormito mai) era lì pronta a farmi bere acqua e zucchero tenendomi sollevato con il braccio intorno alle spalle. Dovevo essere molto malato se rifiutavo perfino la crema con la scorza di limone, e lasciavo il Corrierino dei Piccoli sul comodino senza nemmeno averlo sfogliato.
- Ci vorrebbe la penicillina
- Eh..gli Americani…loro sì che ce l'hanno!
- Ho sentito che…potrebbe trovarla se..
Non parlavano d'altro e raccontavano storie di persone in condizioni disperate che erano state salvate dalla penicillina. Io fantasticavo, complice la febbre, su quella medicina miracolosa e introvabile. Una notte sognai che la camera da letto si era tramutata in una di quelle grotte, abitate da zingari e disperati, costruite al riparo degli archi dell'acquedotto romano vicino al Mandrione e che catturavano la mia attenzione ogni qualvolta, passando di là, andavamo a trovare la nonna. Scoprivo nel loro squallore, in quel degrado fatto di bimbi seminudi, cani rinsecchiti , donne vestite di nero e con il capo coperto da lunghi scialli, galline che entravano e uscivano dalle porte scardinate, una epifania della natività. Quelle catapecchie erano, per me, tante capanne di Natale dove da un momento all'altro sarebbe nato Gesù, ed allora angeli e cherubini, pastori e viandanti si sarebbero fermati tra quei ruderi a pregare.
Nel sogno io stavo al centro del letto, mio padre sedeva sprofondato nella bassa poltrona di velluto bordò e leggeva il giornale, mia madre era avvolta dal velo di merletto con il quale copriva i capelli prima di entrare in chiesa e pregava rivolta verso di me leggermente di tre quarti, un po' come le Madonne del Crivelli.
I miei parenti erano sparsi per la stanza e di alcuni vedevo solo le sagome scure perse nell'ombra del corridoio. Soltanto io potevo muovermi, tutti i presenti erano curiosamente pietrificati in movimenti incompiuti; un braccio teso nell'aria, un passo interrotto, un volto distorto da un grido, da un'esclamazione di meraviglia. Il tetto della stanza era in parte crollato, ed un cielo di carta (quella carta della pasta color azzurro intenso che usavamo per il presepe) punteggiato da stelle di stagnola era attraversato da una cometa scintillante.
Arrivano! Il grido si propagò passando di bocca in bocca. Arrivano!..Arrivano! Mi sedetti sul letto e guardai verso il corridoio; li vidi! Erano i re Magi del mio presepe: Li riconobbi subito perché Gaspare, il re moro, aveva la testa piegata in un modo curioso. Una volta mi era scivolato dalle mani e, cadendo malamente, era rimasto decapitato. L'operazione di restauro, mal riuscita, lo aveva condannato a quella posa innaturale di persona afflitta da un tremendo torcicollo.
I tre re rimasero fermi davanti al letto. Mia madre prese i doni che stringevano tra le mani e, posandoli sul comodino, disse: " Piero, guarda cosa ti hanno portato gli Americani! Oro, Incenso, Penicillina" (finalmente in sogno mi veniva svelato il mistero della "mirra").
Al mattino raccontai il sogno a mia madre che mi ascoltò stranamente interessata, e man mano che parlavo vedevo i suoi occhi diventare sempre più lucidi. Quando ebbi finito di raccontare mi strinse al petto e premette con forza le labbra sulla fronte, poi, guardandomi meravigliata, esclamò: "Non hai più febbre! Sei fresco come una rosa! È un miracolo!". Miracolo o no io da quel giorno non ebbi più la febbre e, come disse il dottor de Cesaris, ce l'avevamo fatta anche senza penicillina, ma su questo punto non ero del tutto d'accordo.

Il Calibano (25 dicembre 2004)

Pubblicato il 26/12/2007 alle 16.34 nella rubrica Diario.

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