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Intervista

Il 20 dicembre 2006 Mina Welby è rimasta accanto a suo marito Piergiorgio fino all’ultimo istante, quando un medico, Mario Riccio, l’ha staccato dal respiratore artificiale, rispettando la determinata volontà del paziente, malato di distrofia muscolare progressiva. Da allora questa minuta vedova altoatesina ha continuato a battersi perché ai malati sia data la libertà di decidere quando interrompere le cure e smettere di soffrire. Così il 27 aprile ha protestato con forza di fronte al tentativo della maggioranza e di Pierferdinando Casini dell’Udc di accelerare l’approvazione del disegno di legge del Pdl sul testamento biologico che prevede l’alimentazione e l’idratazione forzate e dà al medico l’ultima parola. Il dibattito è stato poi rinviato al 18 maggio, ma lei è ancora arrabbiata. «La cosa più vergognosa» dice «è che non c’era alcuna urgenza. E’ stata solo una messa in scena per conquistare i voti dei cattolici alle elezioni amministrative!».

Se fosse stato approvato il disegno di legge, in un caso come quello di suo marito, il medico sarebbe finito in carcere per omicidio di consenziente. E’ così?
«Certo. Per questo la considero una legge liberticida. Ci toglie un diritto fondamentale: scegliere come vivere e come morire, se un giorno, a causa di un incidente o un infarto, fossimo costretti a un’esistenza vegetativa, attaccati a una macchina. Attenzione: io non voglio che si stabilisca per legge che un paziente in queste condizioni debba essere lasciato morire. Scherziamo! Voglio però che quel malato possa scrivere prima, quando è nel pieno delle sue facoltà mentali, le proprie volontà su come intende essere curato e fino a che punto autorizzare l’intervento medico, il tutto in un testamento biologico».
Lei sostiene anche che il disegno di legge del Pdl sia incostituzionale. Perché?
«Perché l’articolo 32 della Costituzione afferma che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Aggiunge però: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Ebbene io credo che obbligare, come fa questa legge, alla nutrizione e all’idratazione un paziente che non lo desidera sia un atto di violazione del corpo della persona e della sua dignità. E’ l’etica del sondino di Stato. Credo che affidare l’ultima parola al medico che deciderà in scienza e coscienza, senza neppure il dovere di ascoltare il comitato etico dell’ospedale, sia un altro abuso della libertà».
Non le vengono mai dei dubbi? Magari in quel momento il paziente non è in grado di prendere una decisione equilibrata, oppure nel testamento biologico potrebbe aver scritto di rifiutare in determinate circostanze acqua e cibo, ma poi, cambiata la situazione, cambiare idea…Non sappiamo neppure quali sensazioni provi un paziente in stato vegetativo.
«Il paziente può cambiare la propria volontà fino all’ultimo minuto, affidando i suoi desideri a un fiduciario. Dal momento in cui diviene incosciente, però, vale la decisione presa in precedenza. Proprio qui dovrebbe entrare in azione il fiduciario che è affidatario del bene massimo del paziente. Dovrebbe essere lui insieme al medico a decidere come procedere in una situazione disperata. Stia tranquilla, nessun medico farebbe morire un paziente che considera salvabile».
Una legge è davvero necessaria?
«Sì, perché le terapie invasive con i macchinari causano un prolungamento non solo della vita ma di sofferenze spesso inutili. Una legge l’ha chiesta anche con la sua morte, Piergiorgio Welby, da uomo politico e co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni. Ma dev’essere un progetto, simile a quello del senatore Ignazio Marino, che afferma la libertà di cura, il consenso informato, la possibilità che il medico e il paziente scrivano assieme il testamento biologico. Il progetto Marino parla anche di cure palliative che sono diventate obbligo di legge. Sono delle cure che coinvolgono l’intero nucleo familiare, quando le terapie non sono più efficaci per una determinata malattia, e accompagnano dolcemente il malato alla fine. Tuttavia sono ancora troppo pochi i malati che ne possono usufruire.
Suo marito Piergiorgio avrebbe potuto morire in silenzio, come accade in tante rianimazioni dove i medici interrompono le terapie in malati che ritengono irrecuperabili e nessuno se ne accorge. Invece ha scelto la spettacolarità. Perché?
«E’ stata la sua grande battaglia con i Radicali. Voleva scuotere le coscienze sulla libertà di cura. Ricordo che una volta, distrutto dalla sofferenza, mi ha detto: “Mina dammi quelle pasticche di sonnifero, tutte assieme, voglio farla finita. Io gli ho risposto che proprio non me la sentivo e poi che avevamo intrapreso una battaglia. “Brava” mi rispose “Non mollare, dammi coraggio”.
Lei è stata accanto a suo marito mentre il medico gli staccava il respiratore. Dev’essere stato terribile.
«Invece no. Sembrerà paradossale ma è così: in quel momento è finita la sofferenza, il lutto. Ho chiesto fino all’ultimo a Piergiorgio se volesse andare avanti e lui ha risposto di sì. Prima di addormentarsi, sotto l’effetto di un sedativo, mi ha fatto un grande sorriso e l’occhiolino. Come a dire: “Ci si rivede presto, noi due, eh!”».

Da Donna Moderna

Antonella Trentin

Pubblicato il 6/5/2011 alle 1.44 nella rubrica Diario.

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