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OCEAN TERMINAL


Giorgio, il capo reclinato sul poggiatesta della carrozzella

ortopedica, fissava, attraverso le palpebre socchiuse,

l’azzurro slavato e monotono che filtrava tra i rami

rugosi e contorti dei pini.

Cercava, come sua abitudine, di catalogare i cieli. Quello

di oggi gli richiamava alla memoria certi dipinti di

Cézanne, quelli con i pini in primo piano e le pennellate

di un cilestrino, ora tenue ora acceso, che si aprono

stentatamente la strada tra i mille aghi e i rami.

Aveva già potuto ammirare i cieli alla Magritte… quei

cieli tanto spaesanti da dare un lieve capogiro, distese

piatte con tante piccole nuvolette tutte uguali… schiere

di soldatini burrosi disposti per l’attacco. I cieli di Renoir,

morbide epifanie di corpi femminili, sensuali, carnosi,

cedevoli. Cieli roteanti come galassie impazzite,

sulfuree distese corrose da un sole malato che come un

cancro li divorava dolorosamente: erano i cieli di Van

Gogh, vittime, come lui, di un male incomprensibile. I

cieli di Aldo Riso, piatti e luminosi come maioliche…

quelli ariosi e vibranti, avvolgenti, i più bei cieli che

avesse mai visto, i cieli di Sisley.

Da Ocean terminal, incipit di

Piergiorgio Welby


Pubblicato il 26/8/2015 alle 21.13 nella rubrica Diario.

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